venerdì, Febbraio 27, 2026
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Cosenza. Andrea Rosito presenta “Fuori Fuoco”. L’anteprima: “Io e Gigi Marulla”

DALLA PAGINA FB DI ANDREA ROSITO 

È ufficiale. Lunedì 26 gennaio avrò il piacere di presentare il mio libro dal titolo “Fuori Fuoco” nella prestigiosa sede di Sport e Salute a Cosenza. Scegliere questa sede non è stato un caso.
Sarà l’occasione per raccontare il mio viaggio ma soprattutto per condividere con voi le emozioni e le sfide che si nascondono dietro ogni scatto.
Non vedo l’ora di fermarmi e confrontarmi dal vivo con chi ha deciso di sostenere questo sogno sin dal primo giorno. Vi aspetto per parlarne insieme a Gabriele Carchidi, Valter Leone e Domenico Massarini
🗓 LUNEDÌ 26 GENNAIO
🕕 ORE 19.00
📍 Sede Sport e Salute – Cosenza

DA “FUORI FUOCO” DI ANDREA ROSITO 

Capitolo 5: Un numero 9 per sempre

Da bambino il mondo aveva le dimensioni di un rettangolo di carta: l’album della
Panini. Per noi quella non era solo una raccolta di figurine, era la Bibbia. Sfogliarlo
significava cercare un’identità. E io cercavo il Cosenza. Non era solo una squadra,
era un qualcosa che ti portavi dentro come il colore degli occhi o il modo di
camminare. E poi, in mezzo a tutte quelle facce, c’era lui. Gigi Marulla.

FOTO ANDREA ROSITO

Se chiudo gli occhi, i ricordi del Marulla calciatore sono come vecchie diapositive un
po’ sbiadite dal sole. Vedo flash di un campo verde, sento il boato della curva e
scorgo quel numero 9 che corre via. Ma il Marulla che mi è rimasto incastrato tra le
costole, quello che porto in giro ogni giorno, è l’uomo. Perché, vedete, i campioni
spesso sono come le stelle: bellissimi da guardare, ma lontanissimi, freddi nella loro
perfezione. Gigi no. Gigi era semplice, era uno di noi che ce l’aveva fatta senza mai
staccare i piedi dall’asfalto.

L’amicizia con Kevin, suo figlio, è stata la chiave di una porta magica. Sono entrato
nel suo mondo con la punta dei piedi, come si entra in un santuario, e ho scoperto
che i giganti, spesso, parlano pochissimo. Gigi era un uomo di silenzi densi, di quelli
che pesano e scaldano allo stesso tempo. Erano silenzi che dicevano “ti voglio
bene” senza bisogno di scomodare l’alfabeto. Gli bastava uno sguardo, un’occhiata
mentre si accendeva una sigaretta, per farti capire che ti aveva letto dentro.
Mi incantavo a guardarlo. C’era una poesia nel vederlo allenare i bambini della sua
scuola calcio. Aveva una pazienza che sembrava infinita, la stessa che hanno gli
artigiani quando lavorano il legno. Lo vedevi lì, magari mentre sistemava il campo o
curava l’erba come se fosse il giardino di casa sua, con l’umiltà di un manutentore
qualunque che non sa di aver scritto la storia di una città.

C’era qualcosa di straordinario in quella normalità. Era un mondo fatto di canzoni di
Vasco Rossi sparate nell’aria e di un disordine che sembrava quasi poetico, un caos
dove però tutto era al suo posto. Era un’umanità così profonda che ti entrava
sottopelle e non usciva più. Ti faceva sentire che essere grandi non significa stare su
un piedistallo, ma saper stare in mezzo alla gente con la naturalezza di chi non deve
dimostrare niente.

Poi, è arrivato quel giorno di luglio. Luglio dovrebbe essere la stagione della luce, dei
tramonti che non finiscono mai. Invece è arrivata quella notizia. Fredda, come un
secchio d’acqua gelata sulla schiena: “Gigi è morto”. Non ci credevo. Mi sembrava
uno scherzo. Come si fa a coniugare al passato uno che è sempre stato il presente
di un’intera città? Come si fa a dire “era” a una leggenda?

Io ho sempre avuto un rapporto complicato con la fine. Sono uno di quelli che
scappa davanti al dolore. Non sono andato a salutare le mie nonne sul letto di morte;
avevo una paura fottuta che quell’ultima immagine cancellasse tutte le altre. Temevo
che vedere un corpo senza vita potesse sporcare il ricordo. Ma con Gigi è stato
diverso. Qualcosa dentro mi ha spinto a rompere la diga della paura. Forse perché
non riuscivo a realizzare, o forse perché lui era diventato una parte della mia vita che
non potevo lasciar andare senza un ultimo sguardo.

Ero lì, sul sagrato della chiesa di Piazza Loreto. Ricordo il mio amico Francesco che
mi guardava sbalordito, quasi a volermi proteggere: “Ma stai entrando davvero?”. Sì,
stavo entrando. Perché l’affetto, a volte, è un motore più potente della paura. Vederlo
lì, così composto, con la maglia rossoblu mi ha fatto capire che la morte può
prendersi il corpo, ma l’anima.
Ricordo la folla immensa del funerale, un mare di persone che sembrava un unico
abbraccio, e le note di Vasco che salivano verso il cielo come un’ultima sigaretta.
Qualche mese dopo, il telefono squillai: “Vogliamo realizzare un murales per Gigi… ci
piacerebbe usare una tua foto”.

Oggi, quel murales è lì, sulla strada che mi riporta a casa. Ogni benedetto giorno,
quando torno dai miei giri, passo di lì e lui mi aspetta. Ha quel suo sorriso beffardo,
quell’aria di chi la sa lunga, e mi guarda con la coda dell’occhio mentre quel numero
9 brilla sulle sue spalle.
Mi piace pensare che non sia solo vernice su un muro. È un modo per dirmi che non
sono solo. Che finché continuo il mio cammino, finché resto fedele a quell’umiltà che
mi ha insegnato lui, lui sarà sempre lì a vedere quello che faccio. Magari per farmi
un cenno di approvazione, o magari solo per ricordarmi che, alla fine, siamo tutti solo
dei bambini che cercano la propria figurina preferita in un album chiamato vita.