SAN GIOVANNI IN FIORE: QUANDO IL POTERE PRETENDE IL SILENZIO, ATTACCA UNA MADRE E SI AUTORIPRODUCE
A San Giovanni in Fiore non è in corso una polemica politica.
È in corso qualcosa di più grave: un abuso di potere travestito da amministrazione comunale. Un potere che non accetta il dissenso, che si irrita davanti al dolore e che reagisce non con risposte, ma con intimidazioni.
La vicenda che ha fatto esplodere tutto riguarda Rosa Nigro, madre di Serafino Congi, morto il 4 gennaio dello scorso anno all’interno del nosocomio cittadino.
Una madre che ha osato dire pubblicamente ciò che pensa.
Che ha osato non unirsi al coro degli elogi.
Che ha osato ricordare che quello stesso ospedale, celebrato a colpi di post e comunicati, per suo figlio è stato una trappola mortale.
POST DI ROSA NIGRO
Perdere un figlio è un dolore innaturale, perderlo per un infarto dopo 3 ore di attesa in un ps è un ingiustizia che lacera l anima. Serefino,non se n è andato perché aveva un male incurabile, se n è andato per un sistema sanitario che non ha saputo proteggerlo. Il mio non è desiderio di vendetta, ma di Giustizia. Lo devo a lui, lo devo a tutti voi, affinché nessun’altra mamma debba vivere questo strazio. Ci saremmo aspettati vicinanza dalle istituzioni, in qualunque altro comune, i rappresentanti dei cittadini si sarebbero stretti attorno a quella bara, invece abbiamo trovato freddezza e distacco Neanche lutto cittadino, come si volesse stendere un velo pietoso sulla vicenda per non disturbare chi comanda, una narrazione falsa, continuano a descrivere una realta’ Ospedaliera che non esiste, ignorando lo stato di abbandono in cui siamo costretti a curarci, ma la cosa più grave è stata ricevere sms minacciosi e subdoli dall’ex sindaca Succurro. Mi si accusa di prestarmi a strumentalizzazione politica, come se la morte di mio figlio fosse un pretesto e non la tragedia che ha distrutto la mia vita. Hanno cercato di mettermi a tacere, ma non ci riusciranno. Pensano che il dolore mi renda debole, si sbagliano. Ho anche investito la locale stazione dei carabinieri, riservandomi di sporgere querela. Non petmettero’ a nessuno di calpestare la memoria di SERAFINO, per difendere la loro immagine politica. Grazie alla popolazione per l’affetto immenso che ci state dimostrando, la vostra vicinanza è l unico calore di fronte a tanto gelo istituzionale. SERAFINO merita Verità la nostra comunita’ merita dignità. Nessuno potrà restituirmelo,non ci sarà pace,ma nulla potrà dissuadermi dal pretendere Giustizia. Senza Tregua, fino a quando non ci saranno le risposte dovute
GIUSTIZIA PER SERAFINO
La risposta dell’istituzione non è stata l’ascolto.
È arrivata in privato, via WhatsApp: accuse di diffamazione, richiami alle vie legali, inviti espliciti a non scrivere più sui social.
Messaggi conservati.
Messaggi che parlano da soli.
Qui va detto chiaramente: una sindaca facente funzioni, Claudia Loria, che invita una cittadina a tacere supera un confine democratico.
E quando quella cittadina è una madre in lutto, quel gesto diventa moralmente indegno.
Accusare Rosa Nigro di diffamare significa affermare il falso.
La diffamazione presuppone la menzogna.
Qui invece c’è una verità dolorosa, soggettiva, legittima, fondata su una morte reale. Negarla significa voler normalizzare il dolore, renderlo compatibile con l’immagine dell’amministrazione.
Ancora più grave è l’insistenza nel sostenere che “l’ospedale di San Giovanni in Fiore funziona”. Funziona perché c’è un primario. Funziona perché forse i posti letto passeranno da 10 a 20. Questa non è informazione: è propaganda per omissione.
Non si dice che l’ospedale è classificato come presidio di zona disagiata.
Non si dice che mancano reparti essenziali.
Non si dice che l’emergenza-urgenza non è strutturalmente garantita.
Non si dice che la legge 70/2015 ha prodotto lo smantellamento progressivo della sanità nei territori montani.
Dire tutto questo a una madre e accusarla pure di “allarmismo” è sfacciataggine istituzionale. Qui il problema non è ciò che accade, ma chi lo racconta. Il silenzio diventa virtù. La verità diventa disturbo. Il punto più inquietante resta l’invito della “sìnnaca ff” alla madre di Serafino a non scrivere più. Non un consiglio. Una pressione. Con la minaccia legale sullo sfondo. Questo non è esercizio del ruolo.
È uso del ruolo contro una cittadina. L’amministrazione comunale, con l’allora sìnnaca Succurro non ha proclamato il lutto cittadino per la morte di un giovane padre, mentre la comunità abbassava spontaneamente le saracinesche.
Anzi, proprio la Succurro si apprestava con l’allora capo dell’ASP, Antonello Graziano Strafalaria, a vedere come salvare la faccia, inscenando la farsa dell’atterraggio dell’elisoccorso nel campetto di calcio di San Giovanni in Fiore. Patetico e di cattivo gusto!
FOTO: Un momento della farsa. La sìnnaca Succurro è Antonello Graziano mentre firmano l’autorizzazione per far atterrare l’elisoccorso nel campo sportivo di San Giovanni in Fiore.
Un’assenza istituzionale che pesa come un macigno. Che invece di comprendere il dolore di una madre, si schiera con chi aveva la responsabilità di salvare quella vita.
Perché il lutto non è un atto simbolico: è riconoscimento del dolore collettivo.
Su questo scenario già grave si innesta un elemento che a San Giovanni in Fiore tutti conoscono e pochi osano nominare: il maritismo. Non il nepotismo classico. Qualcosa di più subdolo. Il maritismo è il potere esercitato dal coniuge della sindaca decaduta, Marco Ambrogio, senza essersi mai sottoposto al giudizio degli elettori. Un potere di fatto.
Non votato. Non responsabile. Ma presente, invasivo, determinante.
Marco Ambrogio incarna perfettamente questo modello: potere senza legittimazione popolare.
Un uomo che non ha mai avuto il coraggio di misurarsi davvero con il voto, ma che esercita influenza, orienta scelte, occupa spazi decisionali.
Anzi… ogni volta che si è candidato (pure a Cosenza ha fattu a figura sua) non ha mai sfondato, riuscendo a ricoprire solo ruoli marginali.
Un protagonista politico per interposta persona. Uno che è riuscito a ritagliarsi uno scranno, non per merito, ma perché protetto dalla mogliettina parassita in Regione.
Un percorso fatto non di consenso costruito sul territorio, ma di scalate accompagnate, passaggi morbidi, salti di livello senza passare dal giudizio dei cittadini.
Prima l’orbita comunale, poi quella provinciale, infine regionale.
Sempre dentro i palazzi. Mai davvero davanti alla gente. Questo non è un reato.
È peggio: è un modello politico. Un modello che trasforma le istituzioni in ambienti chiusi, autoreferenziali, impermeabili al dolore reale delle comunità.
E mentre questo modello si rafforza, San Giovanni in Fiore si spacca.
Da una parte chi soffre, chi empatizza, chi difende il diritto di una madre a parlare.
Dall’altra chi difende il potere a prescindere, arrivando persino a offendere Rosa Nigro, colpevole solo di non piegarsi.
Questo è il punto di non ritorno.
Attaccare una madre per difendere una falsa narrazione istituzionale significa aver perso il senso del limite. Per questo il silenzio delle istituzioni superiori è assordante. Il Presidente della Regione Roberto Occhiuto, Presidente non di tutti i Calabresi (che sia chiaro!), liquida questa vicenda come folklore locale.
Perché ormai è chiaro che in Calabria le istituzioni non stanno con i cittadini ma con i meccanismi di potere che li zittiscono!
Intanto San Giovanni in Fiore è scenso in piazza per l’ennesima volta ed ha chiesto le DIMISSIONI di tutti. Non per partito. Non per ideologia. Ma perché chi non rappresenta più la propria gente, per decenza deve farsi da parte.
E un’ultima cosa sia chiarissima:
le madri non si intimidiscono.
Il dolore non si querela.
La verità non si amministra.
E le comunità, quando smettono di avere paura, diventano più forti di qualunque giunta.









