Nel mentre il procuratore capo Curcio è impegnato giorno e notte ad asciugare i sudori che colano dalla fronte del dottor Assumma — gravato fino allo stremo nell’estenuante e faticoso lavoro investigativo alla ricerca di prove e riscontri per incastrare la temibile banda di predatori di denaro pubblico capeggiata da Roberto Occhiuto — qualcosa, forse, in tutta questa frenesia investigativa, che potrebbe turbare così tanta sudata fatica, deve essere sfuggita all’attenzione del procuratore. E ci sta: impegnato com’è a tamponare il sudore di Domenico Assumma, gli sarà sfuggito che, negli uffici che dirige, tra fughe e strani innesti, qualcuno potrebbe aver pensato bene di rimettere mano agli equilibri interni, bilanciando l’azione di chi indaga sulla banda capeggiata da Occhiuto, con la presenza di chi ha sempre mostrato ben altra sensibilità nei confronti dello stesso. E questo potrebbe gravemente compromettere il buon lavoro svolto fino ad ora con non poca fatica, dallo stacanovista dottor Assumma. Assistito, H24, dal dottor Curcio che da quando si è insediato non si è perso una sola goccia di sudore, tanto ci tiene a questa inchiesta.
Per meglio dire: in tutte le procure e in tutti i tribunali, diciamolo senza remore e senza paura, c’è sempre una buona componente di magistrati che, in un modo o nell’altro, e per questa o quella convenienza, ha qualche politico dedito agli intrallazzi da tutelare. Di politici ladroni colti con le mani nella marmellata e poi graziati da procure e tribunali, la storia dell’ingiustizia italiana è piena. Se non ci fossero magistrati corrotti, non ci sarebbero politici ladroni. E invece, come sappiamo, ci sono. E sono tanti.
Magistrati e politici hanno sempre intrallazzato insieme, perché l’uno non può fare a meno dell’altro: la politica, in cambio dell’impunità, spalleggia, copre e sponsorizza i magistrati nelle carriere e nelle nomine — Palamara docet. Il che dimostra, oltre al connubio criminale, anche quanto sia falsa la narrazione secondo cui il referendum sulla giustizia avrebbe l’obiettivo di sottomettere i magistrati alla politica: nei fatti, magistratura e politica sono una coppia stabile, e l’unica indipendenza che una parte della magistratura vuole davvero difendere è quella di decidere autonomamente chi “graziare” e chi no. Una “libertà” che i magistrati non vogliono perdere perché regge il rapporto di forza tra le caste e che difendono per mantenere saldo e intatto il loro potere contrattuale nei confronti della politica, oggi decisa a ribaltare questo “equilibrio”. È solo una guerra tra le due caste più potenti d’Italia, La Giustizia, quella vera, non c’entra nulla.
Tutto questo è un sistema che noi calabresi conosciamo bene, soprattutto a Cosenza e a Catanzaro, dove le procure sono state spesso un porto sicuro — o un porto delle nebbie — per politici corrotti, di destra e di sinistra. Basti pensare all’inchiesta di Salerno del 2019, 15 magistrati del distretto giudiziario di Cosenza e Catanzaro indagati per corruzione con finalità mafiose, finita insabbiata, per capire il livello di corruzione nelle procure e nei tribunali dalle nostre parti e quanto potente è la casta dei magistrati. Ed è proprio dentro questo schema che nasce il problema che potrebbe trovarsi ad affrontare l’“asciugatore di sudori” Curcio.
Arrivi e partenze
A lasciare la nave è Vito Valerio, che torna a Bari dopo aver lavorato, senza nessuno a tamponargli la fronte, su tutte le principali inchieste che hanno riguardato Cosenza. Al suo posto arriva Filomena Aliberti, proveniente dalla procura di Vibo Valentia, guidata da Camillo Falvo — già alla Dda di Catanzaro — con cui Valerio ha condiviso le indagini sul Sistema Cosenza. Sarà lei, la dottoressa Aliberti, a occuparsi delle inchieste di mafia nel capoluogo bruzio, affiancata in questa fase da Corrado Cubellotti, anche lui tra gli investigatori del Sistema Cosenza, e prossimo al trasferimento. Con alle spalle questi maestri, la dottoressa Aliberti non dovrebbe avere difficoltà a muoversi su Cosenza. Potrebbe persino riuscire dove i suoi maestri hanno fallito: la politica corrotta, reato più volte trattato in fase investigativa, ma mai arrivato davanti a un giudice.
Ma tra i nomi finiti sotto la lente delle inchieste seguite dai suoi maestri c’è quello di Mario Occhiuto, fratello di Roberto, che, nonostante le numerose chiamate in correità — le stesse che per Principe e Greco sono valse ordinanze restrittive — è sempre riuscito a farla franca. È qui che si pone il vero interrogativo: quali insegnamenti dei suoi maestri la Aliberti ha deciso di fare propri? Perché se l’approccio dovesse limitarsi alla mera prosecuzione del metodo dei suoi maestri — quello che ha sempre permesso a Occhiuto di farla franca — non c’è alcuna ragione di credere che possano arrivare risultati diversi, dal suo operato. E questo sarebbe un problema, soprattutto, per Curcio. Perché avere una fan degli Occhiuto nel proprio ufficio, proprio mentre è in corso una delle inchieste più delicate e faticose su Roberto Occhiuto, non è esattamente la migliore delle garanzie di serenità.
Serenità che si perde del tutto se si guarda ai “nuovi giunti”: Vincenzo Luberto e Giuseppe, detto Pino, Cozzolino. Due che non hanno bisogno di presentazioni. Entrambi sottoposti più volte al giudizio del CSM e, nonostante le evidenze emerse, capaci — proprio come gli Occhiuto — di farla sempre franca. Cane non mangia cane. Sarebbe persino superfluo ricordare che entrambi sono grandi sostenitori degli Occhiuto, ma lo ribadiamo per scrupolo. In particolare quell’alambicco di un Cozzolino, intimo amico di Carmine Potestio, braccio operativo del sistema Occhiuto e più volte indagato per bancarotte, anche lui immancabilmente uscito indenne da ogni vicenda giudiziaria. Quanto a Luberto, il curriculum parla da sé: pur di coprire Mario Occhiuto, arrivò a costruire di sana pianta un’inchiesta contro Mario Oliverio, attribuendogli intrallazzi che facevano capo, in realtà, proprio a Mario Occhiuto. Un’operazione tanto spregiudicata quanto rivelatrice. Più occhiutiani di così, francamente, si muore. E questo dovrebbe bastare a far comprendere a Curcio il senso dell’“avvenuto bilanciamento” che qualcuno ha voluto introdurre in procura: se un bilanciamento è stato voluto, uno scopo deve pur averlo. Spiare? Intralciare? Condizionare l’inchiesta su Roberto Occhiuto?
In questo quadro, il rischio non è che l’inchiesta venga fermata. Sarebbe troppo grossolano. Il rischio che corre Curcio, impegnato ad asciugare i sudori di Assumma, è che l’inchiesta venga accompagnata, osservata, tenuta sotto controllo, nell’attesa di individuare il momento giusto per colpirla. Mentre Assumma lavora per incastrare Occhiuto, altri potrebbero essere lì non per impedirglielo apertamente, ma per assicurarsi che non ci riesca davvero. Con garbo, con metodo, dall’interno. Non è detto che le cose stiano necessariamente così ma, alla luce dei fatti e dei personaggi in campo, è più che lecito pensarlo. Ed è anche per questo che abbiamo ritenuto doveroso informare il procuratore capo, dottor Curcio: forse troppo preso a strizzare spugne grondanti sudore per accorgersi che, se non si guarda attorno, tutto quel sudore rischia di essere versato invano.









