DALLA PAGINA FB DI FRANCESCO FEBBRAIO
C’è una asimmetria che viene sistematicamente rimossa dal discorso pubblico: non è la violenza in sé, è il potere che la rende legittima o indecifrabile.
Un civile che colpisce un agente compie un reato. Un agente che colpisce un civile esercita – o finge di esercitare – un mandato dello Stato. È questa differenza che rende la seconda violenza strutturalmente più grave: non è un gesto individuale, è una frattura nel patto sociale.
Quando un poliziotto è armato, coperto dall’istituzione, protetto dalla catena gerarchica e dalla presunzione di legittimità, ogni suo abuso non è solo un fatto personale: è lo Stato che colpisce senza controllo. La vittima, anche se urla, anche se protesta, anche se sbaglia, resta un corpo disarmato davanti a un potere che può fermarla, ferirla, ucciderla e poi scrivere il verbale della propria versione dei fatti.
Il poliziotto di corso Regina è già a casa, curato e assistito. Ma questo dettaglio viene usato come clava simbolica per trasformarlo in martire e chiunque protesti in barbaro.
Il fotografo e il signore col volto insanguinato, colpiti da agenti senza numeri identificativi, sono invece trattati come rumore di fondo. Non hanno divise, non hanno sindacati, non hanno comunicati ufficiali. Hanno solo un video e una ferita. Nel racconto dominante, questo non basta a essere “storia”.
Il messaggio è chiaro: la violenza è intollerabile solo quando è dal basso verso l’alto. Quando scende dall’alto verso il basso diventa “contesto”, “momento concitato”, “mele marce”. È una violenza che non scandalizza, perché è funzionale alla conservazione dell’ordine simbolico.
Ma se accettiamo questa logica, accettiamo che l’impunità sia parte del sistema. Che la paura sia uno strumento legittimo. Che il monopolio della forza si trasformi in monopolio della narrazione.
E allora il problema non sono più i singoli poliziotti: è la società che si abitua all’idea che la vita e il corpo dei manifestanti valgano meno, che siano sacrificabili sull’altare della sicurezza e della stabilità.
In questo senso, la polizia non agisce solo con i manganelli, ma con le categorie: “teppisti”, “violenti”, “infiltrati”. Ogni categoria è un dispositivo che rende un corpo più colpibile, più sacrificabile, meno degno di lutto.
La domanda non è: “Perché i manifestanti sono violenti?”
La domanda è: “Perché siamo disposti a tollerare una violenza che non possiamo controllare, nominare, né punire?”
Finché l’unico demonizzato sarà chi scende in piazza, la democrazia non sarà un sistema di diritti, ma un recinto con guardie armate e senza badge.









