A poco più di un mese dal referendum sulla giustizia, il copione è ormai evidente: quella che doveva essere una consultazione tecnica si sta trasformando in un giudizio politico sulla leadership di Giorgia Meloni. Ed è proprio qui che si nasconde il rischio più grande per la premier — un rischio che ha un precedente preciso e ingombrante: Matteo Renzi nel 2016. All’inizio la narrazione ufficiale era rassicurante. Si parlava di riforme istituzionali, separazione delle carriere, meccanismi del Csm. Materie da addetti ai lavori, quasi chirurgiche. Ma questa impostazione si è sciolta alla prima fiammata della campagna elettorale. Perché la politica vera non vive di tecnicismi: vive di simboli, paure, appartenenze. E quando la posta diventa alta, nessuno resiste alla tentazione di trasformare un voto su norme complesse in un referendum sulla persona che le promuove.
I numeri raccontano un’altra verità scomoda. L’interesse per il referendum resta tiepido: solo una minoranza dichiara di voler andare alle urne. Questo significa che la battaglia non si gioca sul merito della riforma, ma sulla capacità di mobilitare emozioni. In un contesto simile, la discussione giuridica è solo un pretesto: il vero terreno di scontro è la fiducia — o la sfiducia — verso chi governa. Ed è qui che il fronte del No ha trovato la sua leva più potente: trasformare la riforma in un simbolo di scontro politico. Il messaggio è semplice e diretto — non si vota su articoli costituzionali, ma su un modello di potere. Una narrazione che, indipendentemente dalla coerenza interna, funziona perché parla alla pancia dell’elettorato. E quando il voto diventa identitario, il contenuto passa inevitabilmente in secondo piano.
La reazione del fronte del Sì non ha riportato il dibattito sul terreno tecnico. Al contrario, ha scelto di cavalcare il malcontento verso la giustizia, accumulando esempi di errori, storture e scandali. Anche qui, il merito della riforma resta sullo sfondo: ciò che conta è costruire un clima emotivo favorevole. Il risultato è una campagna che somiglia sempre meno a una discussione istituzionale e sempre più a un regolamento di conti politico.
In questo scenario, Meloni si trova esattamente dove Renzi si trovava otto anni fa: al centro di una dinamica che rende impossibile separare il voto dalla propria figura. La premier aveva promesso di non personalizzare la consultazione, consapevole del precedente. Ma la realtà della politica è più forte delle intenzioni. Più il referendum si polarizza, più diventa inevitabile che venga percepito come un giudizio sulla sua leadership. Il punto è che questa trasformazione non è neutrale: è una trappola. Renzi credette di poter dominare il plebiscito, salvo scoprire che un referendum politicizzato non misura il consenso sulla riforma, ma la somma di tutte le opposizioni. Lo stesso meccanismo si sta rimettendo in moto. Ogni critica al governo trova nel voto referendario uno sbocco naturale. E quando il referendum diventa il contenitore del malcontento generale, il risultato rischia di travolgere chi lo ha promosso. La crescente esposizione mediatica della premier — anche su temi collaterali — tradisce questa tensione. È il tentativo di presidiare il campo, di evitare che la narrazione sfugga di mano. Ma più la sua figura domina la scena, più il voto si personalizza. È un paradosso che Renzi conosce bene: difendersi dal plebiscito finisce per alimentarlo.
Il referendum sulla giustizia, nato come intervento tecnico, sta quindi assumendo i contorni di una prova politica ad altissimo rischio. Se la consultazione verrà percepita come un voto pro o contro Meloni, la premier potrebbe scoprire — come già accadde al suo predecessore — che trasformare una riforma in un test di leadership è una scommessa che si paga cara. Perché nella politica italiana i referendum personalizzati raramente premiano chi li lancia. E la storia insegna che quando un voto diventa un giudizio sulla figura del leader, il risultato può segnare molto più di una semplice battuta d’arresto: può aprire una fase di logoramento da cui è difficile riprendersi.









