venerdì, Febbraio 27, 2026
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Gratteri e Nordio, redattori onorari di Iacchite’

Le certezze di vittoria vacillano, la rimonta del No è un dato certificato da tutti i sondaggisti e Giorgia Meloni corre ai ripari. Parola d’ordine per tutti i camerati impegnati a promuovere il Sì al referendum sulla giustizia: non politicizzare l’evento. Questo perché, con l’aria che tira e l’acuirsi dello scontro tra le due fazioni, il rischio che il voto venga letto dall’elettorato come un vero e proprio plebiscito pro o contro Palazzo Chigi è più che concreto. E, benché abbia chiarito fin dall’inizio che l’esito della consultazione referendaria non inciderà sulla stabilità dell’esecutivo, Meloni sa bene che una sconfitta avrebbe comunque inevitabili ricadute politiche, capaci di indebolire non solo il governo ma la sua stessa leadership. Per quanto possa adoperarsi a mettere le mani avanti, la situazione è ormai degenerata sul piano verbale e la consultazione ha assunto, agli occhi di tutti, i connotati di uno scontro frontale tra destra e sinistra. La posta in palio è il gradimento degli italiani. Più politico di così, difficile immaginarlo.

E tuttavia non è questo, probabilmente, ciò che più preoccupa Meloni: comunque vada, non farà la fine di Renzi e la legislatura arriverà fino in fondo. Ciò che la inquieta davvero, in caso di vittoria del No, è il possibile contraccolpo della magistratura, che in larga parte non vuole questa riforma ed è stata bersaglio di continue invettive da parte del governo. Ed è qui il nodo: lo scontro tra le due fazioni ha imboccato una deriva che difficilmente sarà dimenticata. La “vendetta” è un fattore che Meloni deve tenere in considerazione in caso di una sempre più probabile sconfitta. I magistrati potrebbero sentirsi legittimati dalla volontà popolare: bocciando la riforma, l’elettorato si schierebbe dalla loro parte, confermando la loro tesi secondo cui la riforma della giustizia voluta dal governo servirebbe soltanto a tutelare ladri di Stato, corrotti, mafiosi, intrallazzatori, lobbisti, massoni deviati e potentati vari. La sconfitta, oltre a esporla a possibili ritorsioni sul piano politico-istituzionale, rappresenterebbe anche un danno d’immagine non indifferente per il governo, che potrebbe riflettersi nelle urne alle prossime elezioni.

La frittata ormai è fatta e non si può tornare indietro. Abbassare i toni non è più possibile: il limite è stato oltrepassato e il crescendo appare inevitabile. Non serve più nemmeno ripetere che il referendum non va politicizzato: nell’immaginario collettivo si vota pro o contro il governo Meloni. L’uscita di Gratteri, caduto nella trappola, e la replica di Nordio, che non poteva fare altro che rilanciare alzando ulteriormente i toni, sono il segno evidente che indietro non si torna: è un duello all’ultimo sangue. Nessuna tregua, nessuna resa preventiva. Lo scontro è totale e viene condotto con ogni mezzo necessario.

In questi ultimi giorni sono volate parole grosse da far sobbalzare anche noi dalla sedia, e non siamo certo delicati di stomaco. Francamente non ci aspettavamo che i toni e le accuse tra i due leader degli opposti schieramenti, Nordio e Gratteri, raggiungessero vette degne di un nostro articolo. Il che, paradossalmente, ci ha fatto anche piacere e ci fa sentire meno soli. Sapere che Nordio definisce le correnti della magistratura un “verminaio correntizio” che agisce con un “meccanismo para-mafioso” che hanno trasformato la giustizia in un “mercato delle vacche” non può che farci piacere. Così come ci fa piacere sentire Gratteri che, preso per l’ego, descrive nettamente i promotori della riforma – non i cittadini che voteranno Sì, ma i vertici politici che la sostengono – come “indagati, imputati e legati a centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Più chiari di così… manco noi. Nordio e Gratteri potrebbero tranquillamente scrivere per Iacchite’.

Infatti, quelle usate dai due sono espressioni che, di norma, i nostri lettori trovano nei nostri articoli quando scriviamo di politica e magistratura. Solo che a noi, sistematicamente, la politica ci denuncia e una parte della magistratura prova a chiudere il giornale. Ora, però, che Nordio e Gratteri hanno detto le stesse cose che scriviamo da anni, dandoci in qualche modo ragione, possiamo finalmente apporre anche noi il “bollino di autenticità” al nostro giornale. E, viste le tante ingiustizie subite fino a oggi da entrambe le categorie, politici e magistrati, ci aspettiamo un piccolo risarcimento: non chiediamo l’immunità — quella, si sa, è cosa che appartiene solo a voi — ma almeno qualche diritto d’autore sulle espressioni usate… così, per correttezza, questo ce lo aspettiamo.