QUANDO IL MONTAGGIO DIVENTA SENTENZA
Il caso Misericordia di Scala Coeli: quando un taglio di montaggio può distruggere una reputazione. E perché questa storia non riguarda solo una comunità calabrese, ma il cuore malato dell’’nformazione italiana.
di Antonio Loiacono
C’è un uomo che si chiama Rocco Acri. Fa il volontario. Guida una confraternita di misericordia in un piccolo paese della Calabria, Scala Coeli, dove il numero dei residenti è inferiore a quello dei paesi di mezza Europa che non conoscono nemmeno il nome. Ha dedicato anni della sua vita a un servizio silenzioso, fatto di turni notturni, di ambulanze e di corse contro il tempo. Poi, una sera di febbraio, accende il televisore — o forse glielo dice qualcuno, una telefonata, un messaggio — e scopre che su Rete 4, in prima serata nazionale, il suo nome è diventato sinonimo di negligenza. Di morte.
Il servizio si intitola “Ladri di salute: Tonino morto perché non c’era l’ambulanza”. È andato in onda il 1° febbraio 2026 su “Fuori dal Coro”. Un titolo che non lascia spazio all’interpretazione. Che non cammina in punta di piedi. Che punta il dito — e lo punta forte, davanti a milioni di telespettatori. Ma cosa succede quando l’informazione, che dovrebbe illuminare, finisce per proiettare ombre? Quando il montaggio — strumento legittimo del linguaggio televisivo — diventa il bisturi con cui si seziona e si ricompone la realtà fino a renderla irriconoscibile?
Partiamo dai fatti, perché i fatti contano. La Confraternita Misericordia di Scala Coeli e il suo Governatore, Rocco Acri, vengono chiamati in causa nella ricostruzione dei presunti ritardi nell’attivazione della postazione 118 di Longobucco, in relazione al decesso del signor Antonio Sommario.
La morte di un uomo è sempre una tragedia. E quando quella morte potrebbe essere stata evitata, la domanda sul perché è non solo legittima, ma doverosa. Nessuno lo mette in discussione. Ma c’è un elemento che, secondo il Governatore Acri, sarebbe stato omesso o sistematicamente marginalizzato nel servizio televisivo: la convenzione con l’ASP di Cosenza per l’attivazione della postazione 118 era stata regolarmente sottoscritta già nel settembre 2025. Non un’intenzione. Non una promessa elettorale. Un atto amministrativo formale, scritto, firmato, protocollato.
Se la postazione non era ancora operativa al momento del tragico decesso, il motivo — sempre secondo quanto dichiarato formalmente da Acri — sarebbero state le lungaggini burocratiche, del tutto indipendenti dalla volontà della Confraternita. A ciò si aggiunge un altro dettaglio rilevante: l’appartamento destinato alla postazione 118 sarebbe stato finanziato interamente con risorse interne della Misericordia, senza un euro di fondi pubblici. E l’impegno di spesa da parte dell’ASP per il servizio da svolgere mancherebbe ancora, alla data attuale.
Se questi elementi fossero stati rappresentati integralmente al telespettatore, la narrazione sarebbe stata la stessa? La risposta è evidentemente no. E qui sta il cuore del problema.
“Nel cinema di Ejzenstejn, il montaggio crea significato: un’inquadratura accanto all’altra genera un’emozione che prima non esisteva. Ma nel giornalismo, il montaggio non può creare una tesi. Può soltanto ordinare i fatti. Quando smette di farlo, cessa di essere giornalismo”.
C’è un momento preciso in cui la vicenda si trasforma da caso locale a caso di scuola sull’etica del giornalismo televisivo. Rocco Acri denuncia che le sue dichiarazioni sarebbero state decontestualizzate e ricomposte in modo da alterarne radicalmente il senso. In particolare, una frase — “È certo!” — sarebbe stata estratta dal contesto originario, assumendo un significato completamente diverso da quello effettivamente espresso nell’intervista.
Non si tratta di lana caprina semantica. Le parole, quando vengono estratte dal loro habitat naturale, cambiano natura. È come prendere una tessera da un mosaico di Ravenna e usarla per sostenere un’immagine completamente diversa da quella originaria. Il risultato finale è tecnicamente composto di materiale autentico. Ma il quadro che ne emerge è falso.
La domanda che ogni giornalista dovrebbe porsi — e che ogni telespettatore ha il diritto di porre — non è “chi ha ragione?”, ma “quanto pesa un taglio di montaggio?” E soprattutto: quando il danno è fatto, chi risponde?
Rocco Acri ha fatto ciò che il sistema democratico prevede: ha esercitato formalmente il diritto di rettifica, quello strumento di garanzia previsto dall’art. 8 della Legge 223/1990 e dall’art. 32-bis del Testo Unico Audiovisivo. Non una polemica da social network. Non una dichiarazione a caldo. Un atto giuridico preciso, che richiede due cose soltanto:
La trasmissione integrale del documento di rettifica nella primapuntata utile, con pari rilievo rispetto al servizio contestato. E l’invio della registrazione integrale dell’intervista, comprese le parti non trasmesse.
In un’epoca in cui le clip da trenta secondi decidono reputazioni e algoritmi costruiscono verità, chiedere il contesto integrale è un atto quasi rivoluzionario. Eppure, nella puntata di “Fuori dal Coro” andata in onda domenica 15 febbraio su Rete 4, quella rettifica non c’era. Silenzio. Come se la richiesta non fosse mai arrivata. Come se l’art. 8 della legge fosse una formalità decorativa. La questione è ora formalmente all’attenzione dell’AGCOM e del Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti, messi per conoscenza nella comunicazione ufficiale di Acri. Nei prossimi giorni si vedrà se lo Stato è in grado di far rispettare le proprie stesse regole. Questa vicenda ha una dimensione che va ben oltre i confini di un piccolo comune della Sila Greca. Riguarda il rapporto malato tra i media nazionali e i territori periferici. Riguarda la velocità con cui si costruiscono giudizi e la lentezza — secolare, inesorabile — con cui si verificano atti amministrativi.
La burocrazia italiana è la protagonista silenziosa di molte tragedie del nostro Paese. Ma la burocrazia è complessa, fatta di passaggi formali, atti, firme, tempi tecnici, compartimenti stagni. La burocrazia richiede attenzione, tempo, approfondimento. La burocrazia non fa audience. Il colpevole sì. Ed è questo il cortocircuito più pericoloso dell’informazione contemporanea: la complessità viene sacrificata sull’altare della narrativa. Il racconto deve avere un eroe e un villain. Il telespettatore deve sapere subito chi odiare. Se ci sono sfumature, vengono tagliate. Se ci sono responsabilità condivise e diluite in un labirinto burocratico, vengono concentrate su un volto, un nome, una faccia che non dimenticherete facilmente.
Bisogna dirlo con chiarezza: la reputazione di un’associazione di volontariato non è un brand aziendale. Non è qualcosa che si può ricostruire con una campagna marketing o un comunicato stampa. È un patrimonio immateriale, costruito con anni di presenza silenziosa, interventi notturni, sacrifici che nessuno vede e nessuno racconta, perché il bene quotidiano fa meno notizia del male eccezionale.
Quando una narrazione pubblica — amplificata dalla prima serata di una rete nazionale — suggerisce responsabilità gravi, l’effetto non si esaurisce nella polemica del giorno dopo. Rimane. Sedimenta. Altera la fiducia di una comunità nei confronti di chi la serve. Scoraggia il reclutamento di nuovi volontari. Mina la capacità operativa di strutture che, in certi territori d’Italia, rappresentano l’unica forma concreta di welfare. E anche se una rettifica dovesse arrivare — domani, dopodomani, tra un mese — non avrà mai la stessa forza dell’accusa iniziale. La smentita raramente fa lo stesso rumore del titolo.
Viviamo in un tempo in cui la realtà deve competere con lo storytelling. Le notizie non bastano più a informare: devono colpire, emozionare, indignare. Il giornalismo d’inchiesta, nella sua forma migliore, è uno strumento fondamentale di democrazia. Ma quando l’indignazione precede l’analisi, il rischio è quello di trasformare la complessità in una sceneggiatura. Di ridurre la realtà a un format.
Il giornalismo ha una vocazione difficile e nobile allo stesso tempo: essere incisivo senza essere sommario. Critico senza essere accusatorio. Narrativo senza essere manipolativo. È una linea sottile, quasi invisibile. Ma è esattamente lì che si gioca la credibilità di un’intera categoria — e la fiducia di un Paese.
In fondo, la domanda è semplice e antica quanto il pensiero umano: la verità è ciò che appare, o è ciò che resiste alla verifica? È ciò che viene montato per colpire, o è ciò che emerge quando si ascolta l’intervista dall’inizio alla fine, senza tagli? Forse, in un’epoca che ama le versioni ridotte — i reel, le clip, i titoli urlati — il gesto più radicale e necessario è tornare alla versione completa.
Nei prossimi giorni si capirà se “Fuori dal Coro” trasmetterà la rettifica richiesta e renderà disponibile la registrazione integrale dell’intervista. Si capirà se l’AGCOM e l’Ordine dei Giornalisti interverranno. Si capirà, cioè, se le regole del gioco sono uguali per tutti. Perché la verità, quella vera, non teme mai la luce integrale.









