La notizia di oggi deve averlo turbato: “Truffa aggravata sui rimborsi dell’auto blu. Occhiuto è indagato a Roma”. Deve averci pensato tutta la mattina prima di approntare una risposta. Perché qualcosa doveva pur dire. Ma per quanto ci abbia riflettuto, una spiegazione logica, razionale, argomentata e documentata sull’intrallazzo delle sue auto blu pagate due volte dai calabresi — da offrire ai social a propria discolpa — non è arrivata. Niente tesi difensive nel video lanciato qualche minuto fa. Niente sventolio di documenti che attestino la sua innocenza. Nessun “carta canta” da esibire davanti alla telecamera.
Le uniche carte mostrate nel video, a sua discolpa, sono articoli di giornale che riportano la notizia e fogli stampati nel suo ufficio con su scritto “falso”. Che le notizie che lo riguardano siano fake lo ha stabilito lui. Una sorta di Ministero della Verità in versione regionale: è il presidente a decidere cosa è vero e cosa è falso. E su di lui, magistrati, giornalisti e finanzieri avrebbero scritto il falso. Sono tutti bugiardi. L’unico che dice la verità è lui. Sarebbe bugiardo perfino il suo avvocato che, nel vano tentativo di rimediare — visto che le carte contro di lui cantano eccome — ha provato a restituire alla Regione quanto truffato da Occhiuto. Un gesto che ha un solo significato politico: se restituisci, è perché hai capito di essere stato scoperto. Altrimenti perché farlo? E comunque, la restituzione non estingue il reato.
Nel video, Occhiuto — in evidente difficoltà, nonostante si mostri forzatamente pimpante — l’unica tesi difensiva che riesce a esibire è un espediente retorico da manuale, confezionato per i polli che gli vanno dietro: «Se fossi stato un truffatore, avendo amministrato 14 miliardi di euro, non mi sarei limitato a truffare l’ente per 3.800 euro». È l’argomento dell’assurdo: siccome ho avuto a disposizione cifre enormi, non avrei mai rischiato per una cifra piccola. Peccato che la contestazione non parli di 3.800 euro come lui sostiene nel video, ma di una somma che supera gli 80 mila euro.
Chi si aspettava una replica nel merito è rimasto deluso. Chi si aspettava documenti a sua discolpa, ancora di più. L’unica cosa davvero concreta che riesce ad annunciare è l’elenco di 412 querele contro chi, sui social, ha espresso giudizi duri nei suoi confronti.
In sostanza, non potendo prendersela con la Procura di Catanzaro né con quella di Roma, se la prende con chi commenta. E l’annuncio si risolve in un sonoro: “querelo tutti”. Che, al momento, sembra essere l’unica cosa che può fare. Perché quando non puoi contestare le carte, provi a intimidire chi ne parla.
Di seguito il video:
https://www.youtube.com/watch?v=NUkRPksd5tY&t=7s









