venerdì, Febbraio 27, 2026
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Gratteri e la destra: c’eravamo tanto amati

C’è stato un tempo in cui Nicola Gratteri e la destra condividevano lo stesso letto. Un tempo in cui, per la destra, Gratteri incarnava il volto perfetto per la propaganda securitaria: il magistrato simbolo di onestà che ha fatto della lotta alla ’ndrangheta e alla corruzione una ragione di vita. L’uomo inflessibile, quello che “non guarda in faccia a nessuno”, la figura perfetta a cui stringere la mano a favore di fotografi, la bandiera identitaria da sventolare al grido di ordine, sicurezza e legalità. Temi cari alla retorica di destra, che le hanno permesso di salire al potere. Non solo: Gratteri, per la destra, era la prova evidente che — nonostante gli enormi sforzi e i sacrifici del magistrato più amato dagli italiani — la vittoria dello Stato non fosse mai arrivata a causa della mancanza di strumenti legislativi adeguati e per via delle politiche “buoniste” della sinistra. Gratteri era il fulgido esempio di un impegno che, per colpa della carenza di leggi adeguate, risultava poco incisivo.

Gratteri, da parte sua, non ha mai mostrato imbarazzo per quell’investitura. Anzi, in quella rappresentazione si riconosceva. Essere indicato come il castigatore dei corrotti rafforzava un’immagine che gli era, ed è tuttora, congeniale. In quell’amore perfetto di allora, ciò che li teneva insieme era la convenienza reciproca: in cambio della consacrazione politica, Gratteri prestava volentieri la sua faccia per dare credibilità alla retorica dell’ordine sbandierata dalla destra.

Poi è arrivato il referendum e l’amore è finito. Gratteri ha continuato a “fare il Gratteri” e a dire le cose senza mezzi termini: ha dichiarato che per il “Sì” votano, oltre ai cittadini onesti, anche indagati, imputati, massoneria deviata e centri di potere che non vedono di buon occhio una giustizia efficiente. In altre parole: la riforma della giustizia, per Gratteri, è stata pensata per subordinare il pm al volere politico, controllarne l’operato e impedirgli di indagare sugli intrallazzi della politica e sulla corruzione ad alti livelli. In galera, con questa riforma, ci andrebbero solo ladri di polli, pusher, mafiosi di basso rango, immigrati e balordi vari. Apriti cielo. La destra, che per anni lo ha idolatrato, scopre improvvisamente che il magistrato non è quello che pensavano, ma piuttosto un sovversivo, un ideologo comunista che vuole imporre il primato della magistratura sulla politica. Gratteri è diventato, per la destra, il capo della casta più pericolosa d’Italia, quella che secondo Nordio agisce con metodo “paramafioso” e che ha trasformato i palazzi di Giustizia in un “mercato delle vacche”. Un nemico della democrazia: un’accusa che restituisce bene la mancanza di argomenti reali della destra. Restano solo astio, rancore e bugie, mossi dallo spirito di vendetta verso quello che avvertono come un tradimento.

Tra le tante voci spicca quella di Roberto Occhiuto. Mai come in questa occasione il silenzio sarebbe stato d’oro. Evidentemente, però, non poteva sottrarsi al coro: lo imponeva l’opportunità politica di schierarsi con il governo e, soprattutto, la convenienza personale di chi sente il fiato sul collo. Fa quasi specie vederlo oggi così indignato, dopo aver passato anni nell’ombra di un mandato — quello di Gratteri alla Dda di Catanzaro — durante il quale non ha mai avuto nulla da temere. Una forma di cortesia istituzionale, quella del magistrato, che avrebbe meritato forse una gratitudine più discreta, e invece si è trasformata nell’urlo di chi ha fretta di dimenticare. Perché, si sa, la riconoscenza è un sentimento che scade non appena si palesa il pericolo. Ecco perché la decisione di Occhiuto di unirsi al coro degli indignati, al grido di ‘Calabria infangata’, deve avere un’origine diversa da quella squisitamente politica della destra di governo. Di sicuro incide la sua posizione giudiziaria: è probabile che egli addebiti a Gratteri la riesumazione del fascicolo che lo riguarda — nato proprio sotto la gestione del magistrato — o che gli rimproveri di non essersi adoperato per impedirne la riapertura in nome di quel “reciproco rispetto” del passato.

Il caso Gratteri-Occhiuto è la fotografia di un equivoco durato anni. La destra non ha mai amato Gratteri per la sua indipendenza, ma per la sua funzionalità. Era il “martello” perfetto, finché non ha iniziato a colpire i chiodi sbagliati. La musica è sempre la stessa: la legalità è un vessillo finché serve a colpire gli avversari, ma diventa “fango” non appena sfiora i propri interessi. Il passaggio dai selfie d’ordinanza alle accuse di politicizzazione è il riflesso condizionato di un potere che vuole assoggettare a sé ogni altro potere dello Stato. L’errore di Gratteri è stato credere di poter essere il “simbolo” di una parte senza diventarne il bersaglio. Se accetti di farti trasformare in bandiera, devi mettere in conto che, quando il vento cambia, sarai il primo a essere ammainato. E infatti siamo passati dal Gratteri “eroe della patria” dei meloniani al Gratteri “comunista sovversivo” che toglie il sonno a Occhiuto. Alla fine, la parabola è quasi comica: un miracolo politico che neanche a Lourdes. La luna di miele è finita… ora aspettiamo il risultato del referendum per capire chi dei due dovrà fare le valigie.