di Giuseppe Scarpa
Stazione Termini. Il più grande snodo ferroviario del Paese, pattuglie ovunque, divise che presidiano binari e gallerie per prevenire scippi e furti. Eppure chi quella sicurezza doveva garantirla si è trasformato in ladro: 21 tra uomini e donne delle forze dell’ordine, tra Polfer e carabinieri in servizio proprio a Termini, sono indagati per furto aggravato.
Hanno rubato dentro lo store Coin di via Giolitti. Un cortocircuito. La scena che si rovescia. Chi doveva garantire legalità ha approfittato — nell’autunno del 2024 — di un sistema costruito per svuotare gli scaffali. È questo il cuore dell’indagine coordinata dall’aggiunto Giovanni Conzo e dal pm Stefano Opilio, in tutto in 44 sono finiti sott’inchiesta. A indagare sono stati i militari del nucleo operativo dei carabinieri, che hanno lavorato senza sconti per fare pulizia ed eliminare le mele marce.
L’inchiesta
L’inchiesta nasce da un numero: 184 mila euro di ammanco emersi con l’inventario di febbraio 2024, relativo all’anno precedente da parte del direttore della Coin di Termini. Un buco pari al 10,84%. Troppo. Negli altri punti vendita lo scarto si ferma al 2-3%. Qui è quattro volte tanto. Scattano verifiche mirate, le cosiddette ritarature: altri 95 mila euro di merce sparita, quasi 45 mila solo dalla profumeria. A quel punto la società decide di andare a fondo e incarica un’agenzia investigativa. Arrivano telecamere nuove, puntate soprattutto sulla cassa numero 5 del reparto uomo.
Come funzionava il meccanismo
Ed è lì che prende forma il meccanismo. Al centro una cassiera del negozio, la talpa interna. Avrebbe messo da parte capi scelti in anticipo, nascosti in un armadio vicino alla postazione. Rimuoveva placche antitaccheggio, tagliava etichette, preparava le buste. Quando arrivavano gli uomini o le donne in divisa, bastava un cenno. Si scansionava solo una parte degli articoli, si modificavano i prezzi, si inserivano importi a mano sul registratore. A volte si stampava uno scontrino di cortesia di una vecchia vendita e lo si infilava nella busta per simulare un acquisto regolare. Altre volte si fingeva un pagamento elettronico: carta o smartphone appoggiati al Pos, ma senza reale incasso. In certi casi il denaro contante veniva consegnato direttamente alla cassiera e mai registrato. I capi? Giacche, piumini, felpe, camicie, cinture, cappelli, borse, intimo, cosmetici e profumi. Decine di episodi ricostruiti uno per uno, che non riguardano soltanto appartenenti alle forze dell’ordine ma che proprio tra loro trovano molti dei principali beneficiari.
Gli indagati
Tra gli indagati figurano 9 poliziotti. Una primo dirigente della Polfer Lazio, due commissari, un ispettore, un assistente capo, un vice sovrintendente, un assistente capo coordinatore, un sovrintendente capo, un’agente della Polfer di Termini. E poi 12 esponenti dell’Arma, un brigadiere, diversi vice brigadieri e un paio di appuntati scelti, in servizio allo scalo Termini. Il dettaglio che più colpisce è la normalità delle scene. Un brigadiere che entra con una busta di prodotti caseari da lasciare alla cassiera e qualche ora dopo esce con più capi di quanti ne abbia pagati. Un carabiniere che appoggia dietro la cassa una busta con il logo dell’Arma, con il calendario storico, e poco dopo riceve una camicia infilata in una busta Coin con dentro uno scontrino non fiscale. Non colpi spettacolari, ma un flusso costante. Piccole sottrazioni ripetute, prezzi abbattuti, pagamenti simbolici. Fino a trasformare uno scostamento sospetto in un buco da centinaia di migliaia di euro. Ora la parola passa ai giudici. Resta l’immagine della stazione Termini dove, mentre fuori si inseguono borseggiatori e si fanno controlli, dentro un negozio — per i pm — qualcuno avrebbe giocato dall’altra parte del banco.









