venerdì, Febbraio 27, 2026
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Procura di Cosenza: il decreto di sequestro di Iacchite’ che smonta il referendum

Procura di Cosenza: il decreto di sequestro di Iacchite’ che smonta il referendum

Per capire quanto sia falsa la narrazione, da una parte e dall’altra, sul referendum — e quanto con la giustizia non c’entri nulla — basta leggere il decreto di sequestro preventivo (con oscuramento) del nostro giornale Iacchite.blog. Un sequestro imposto da Occhiuto ma voluto e proposto anche dalla procura di Cosenza, guidata dal procuratore capo Capomolla: lo stesso al quale abbiamo raccontato e dimostrato, con prove testimoniali e documentali, non solo la presenza concreta della ’ndrangheta a Palazzo dei Bruzi, ma anche il livello di corruzione e di infedeltà nelle istituzioni, a partire proprio dal tribunale, passando per la procura, fino agli uffici della questura. Denunce circostanziate e verificate, alle quali il procuratore capo non ha mai dato seguito. Evidentemente, le priorità della sua venuta a Cosenza erano altre.

Da quando si è insediato, infatti, Capomolla – al guinzaglio di Occhiuto – ha avuto un unico scopo: chiudere Iacchite’. E per farlo ha mobilitato ben cinque pubblici ministeri: Torrusio, Fruncilli, D’Andrea, Visconti, Frascino e D’Alessio. Roba che neanche per catturare Messina Denaro. Mentre per gli ’ndranghetisti al Comune, per i corrotti e per le talpe — dei quali al procuratore capo abbiamo fornito nomi e cognomi, con tanto di riscontri depositati alla PG — non ha mobilitato un solo pm. E questo è un dato inconfutabile. Capomolla ha chiuso Iacchite’ non perché pericoloso per la società, ma perché glielo ha chiesto la politica: Roberto Occhiuto e il viceministro Sisto. E questo è un altro dato inconfutabile. Capomolla ha forzato la legge, utilizzando il suo ruolo per produrre un decreto che accontentasse gli amici degli amici. E lo ha fatto barattando la giustizia — quel “mercato delle vacche” evocato da Nordio — con equilibri di potere e convenienze reciproche, trasformando un atto giudiziario in uno strumento funzionale a interessi che nulla hanno a che vedere con la tutela della legge e della Giustizia, quella con la G maiuscola che Capomolla dovrebbe servire.

L’oscuramento di Iacchite’, nei fatti, smentisce la narrazione dei poveri magistrati secondo cui, in caso di vittoria del Sì al referendum, i pm finirebbero alla mercé della politica. La realtà dimostra che non è così: quando gli interessi coincidono, politica e magistratura si saldano, diventando complici negli stessi equilibri e negli stessi intrallazzi. Ed è proprio questa convergenza, che si manifesta nei momenti decisivi, che smaschera la retorica dello scontro permanente tra i due poteri: quella dei magistrati, sul referendum, non è una battaglia per difendere l’autonomia o la democrazia: questa è l’apparenza. In realtà, è solo una questione di rapporti di forza, di redistribuzione del potere tra due caste che, all’occorrenza — come tutti possono vedere — sanno perfettamente trovare un punto d’intesa. E la chiusura di Iacchite’ lo conferma.

Ma la maschera di Capomolla — e quella della retorica dei magistrati sulla separazione delle carriere — cade nel rapporto tra i pm e il Gip che ha firmato il decreto di oscuramento del sito, Maria Letizia Benigno. E per capire come e perché cada, basta ripercorrere, con ordine, ciò che è accaduto. La Procura presenta una prima istanza di chiusura del sito al Gip, contestandoci sei articoli, tra cui alcuni relativi al viceministro alla Giustizia Sisto. Il Gip risponde che, trattandosi di una testata giornalistica, non può disporre l’oscuramento del sito e rigetta la richiesta. Ma Capomolla e i cinque pm che lavorano solo su di noi non si arrendono e presentano una seconda istanza, questa volta contestandoci 45 articoli. Il Gip risponde che può disporre la cancellazione degli articoli contestati, ma non l’oscuramento totale del sito. La Benigno, in qualità di Gip, in questa fase risponde alla Procura attenendosi alla legge. Tuttavia, il pool istituito da Capomolla elabora una nuova strategia da sottoporre al Gip per raggiungere l’obiettivo.

Ed è qui che accade qualcosa che la dice lunga sulla separazione delle carriere: i pm studiano insieme al Gip la strada per arrivare alla chiusura del sito. Lo dimostra il fatto che solo alla terza istanza — dopo che sono stati individuati e inseriti nel decreto gli elementi ritenuti necessari per poterlo emettere — il Gip dispone l’oscuramento del sito. Come a dire: la Benigno, che nelle prime due occasioni si era rifiutata di oscurare il sito, alla terza cambia orientamento. Un mutamento che presuppone un’interlocuzione. Perché una decisione non si modifica da sola, soprattutto quando, nelle fasi precedenti, era stata motivata in senso opposto. Proprio questa sequenza di passaggi, questo progressivo riadattamento dell’impianto accusatorio fino al risultato finale, consente di comprendere la natura reale del provvedimento.

Il decreto di sequestro con  oscuramento di Iacchite’ non è un atto giudiziario: è una scelta politica travestita da tecnica. Si parte da una premessa fragile e la si trasforma in pilastro: la sospensione del direttore per sei mesi diventa la leva per cancellare, arbitrariamente, la qualifica di testata del giornale e retrocedere tutto a “blog”. Non più stampa, non più attività giornalistica, non più tutela rafforzata dell’art. 21. Perché la differenza tra testata e blog, in questo decreto, non è formale: è la chiave che consente il sequestro preventivo dell’intero sito. Non dei singoli articoli. Non dei contenuti ritenuti diffamatori. Ma dell’intero spazio di parola. Il passaggio è chiaro: prima si nega la natura giornalistica, poi si rende possibile ciò che altrimenti sarebbe molto più difficile giustificare.

La seconda leva, individuata in accordo tra pm e Gip, è ancora più delicata: l’art. 612-bis. Ovvero, la presunta diffamazione, nella terza istanza, diventa stalking. E gli articoli contestati, prima 6, poi 45, diventano 145. Tutti relativi a Roberto Occhiuto. I pm sostengono che il nostro, nei confronti di Roberto Occhiuto, sia uno “stillicidio persecutorio”. Affermano che ciò abbia provocato a Occhiuto stati d’ansia, turbamento e un mutamento delle abitudini di vita. Ma nel decreto, al netto delle citazioni dottrinali e sociologiche, la base concreta dell’accusa è costituita unicamente dalla dichiarazione di Roberto Occhiuto, ossia della presunta persona offesa. Non vi è un accertamento clinico che dimostri la sua condizione. Non vi è un riscontro oggettivo esterno. Non vi è un elemento autonomo, così come la legge richiede quando si indaga per stalking. Nel decreto, la prova della nostra colpevolezza risiede nelle sole dichiarazioni di Roberto Occhiuto.

Ora, si può discutere sulla continenza della critica. Si può discutere sulla presunta diffamazione. Ma trasformare la serialità di un’opinione politica in atti persecutori, fornendo come prova le dichiarazioni di Occhiuto, rappresenta un salto qualitativo enorme. Qui non siamo più nel terreno della reputazione: siamo nel territorio della psicologizzazione del dissenso. Ma il punto che a noi sembra il più grave di tutti — e che anticipa persino la legge Nordio, che vorrebbe separare la PG dal PM — è la delega che il Gip nel decreto conferisce alla PG, autorizzandola a oscurare “qualsiasi altro sito avente medesimo o analogo contenuto riconducibile all’indagato”, senza necessità di un nuovo decreto. Tradotto: sarà la Polizia Giudiziaria a stabilire cosa sia “analogo”, cosa sia “riconducibile”, cosa costituisca prosecuzione e cosa no. Un potere valutativo che non è più solo esecutivo. Un margine di discrezionalità enorme. Il Gip sa bene che la misura cautelare deve essere determinata, circoscritta, motivata e che non può trasformarsi in un perimetro mobile, definito ex post da chi è chiamato a eseguirla. Eppure autorizza tutto questo. Qui sta il paradosso più clamoroso: mentre il governo discute della separazione tra pubblico ministero e polizia giudiziaria — di “sganciare” la PG dal controllo del PM — nel nostro caso è la stessa magistratura che, di fatto, sgancia la PG dal proprio controllo, attribuendole il potere di estendere l’oscuramento a nuovi siti senza un ulteriore vaglio giudiziario. Segno evidente che, referendum o non referendum, il sistema funziona — e continuerà a funzionare — esattamente così: a convenienza.

Non è il referendum, allora, il vero campo di battaglia. Non è la separazione delle carriere il nodo irrisolto. Il nodo è un altro: chi controlla il controllore quando i poteri si intrecciano invece di bilanciarsi? Se la libertà di stampa può essere compressa attraverso artifici tecnici e strategie concordate, il problema non è la riforma. Il problema è l’uso del potere. E quando il potere si protegge da solo, l’unica cosa che resta davvero separata è il cittadino dalla giustizia.