Appalti pubblici in Calabria: il sistema Altomonte si replica a Firmo e Lungro
Tre comuni cosentini accomunati dallo stesso schema: affidamenti concentrati, legami familiari con amministratori e principio di rotazione sistematicamente disatteso. Dopo il caso Altomonte, emergono situazioni analoghe. Il principio di rotazione negli appalti pubblici rappresenta uno dei cardini della normativa anticorruzione introdotta dalla Legge 190/2012 e successivamente rafforzata dal Codice dei Contratti Pubblici. Questo strumento, finalizzato a garantire parità di accesso alle commesse pubbliche e a prevenire fenomeni di clientelismo e favoritismo, appare però applicato in modo discutibile in alcuni comuni della provincia di Cosenza, dove sembra essersi consolidato un vero e proprio “sistema”.
Il precedente di Altomonte
La provincia cosentina non è nuova a vicende che sollevano interrogativi sulla corretta gestione degli appalti pubblici. Il comune di Altomonte ha già fatto discutere per analoghe concentrazioni di affidamenti e per legami tra imprese aggiudicatarie e amministratori locali, configurando uno schema che avrebbe dovuto rappresentare un campanello d’allarme per l’intero territorio. Ciò che preoccupa è che, lungi dal costituire un caso isolato rapidamente sanato, il “modello Altomonte” sembra essersi replicato in altri comuni della provincia, con dinamiche sostanzialmente identiche.
Firmo: la fotocopia del sistema
Nel comune di Firmo si registra una situazione che ricalca fedelmente quanto già emerso ad Altomonte. L’impresa Donato Scavi, riconducibile a Giuseppe Donato, risulterebbe aggiudicataria pressoché esclusiva dei lavori pubblici banditi dall’amministrazione comunale, configurando quella concentrazione di affidamenti che la normativa anticorruzione intende espressamente prevenire. La questione assume contorni ancora più delicati alla luce dei legami familiari che vincolano l’imprenditore all’amministrazione locale: Giuseppe Donato sarebbe infatti legato da vincoli di parentela all’assessore Elisa Pellegrini. Una situazione che ricorda da vicino quanto già verificatosi ad Altomonte e che solleva identici dubbi sulla terzietà delle procedure di affidamento.
L’assessore Pellegrini, figura di riferimento nell’amministrazione comunale di Firmo, è nota per essere una fedelissima sostenitrice dell’assessore regionale Gianluca Gallo, esponente di peso della politica calabrese. Questo collegamento inserisce la vicenda in un quadro politico-territoriale più ampio, dove le dinamiche locali sembrano intrecciarsi con equilibri di livello sovracomunale, rendendo ancora più urgente la necessità di verifiche approfondite sulla trasparenza degli affidamenti. A rendere il quadro più complesso, il fatto che Giuseppe Donato risulterebbe essere nipote di Cosimo Donato, soprannominato “Miu”, soggetto con precedenti penali. Questo elemento, pur non costituendo automaticamente un elemento di incompatibilità per l’imprenditore, impone comunque una riflessione sulla necessità di procedure trasparenti e incontestabili, specialmente alla luce dei precedenti territoriali.
Lungro: il terzo tassello del mosaico
La vicenda di Firmo non rappresenta un caso isolato, ma si inserisce in un quadro più ampio. Nel limitrofo comune di Lungro si verifica una situazione sostanzialmente identica, completando un trittico preoccupante che abbraccia Altomonte, Firmo e ora Lungro. Anche in questo caso la medesima impresa risulterebbe destinataria prevalente degli affidamenti pubblici, e anche qui emergono rapporti di parentela tra l’imprenditore e l’amministrazione comunale… Tre comuni, tre amministrazioni diverse, ma uno schema che si ripete con impressionante fedeltà : stessa impresa, legami familiari con gli amministratori locali, rotazione degli affidamenti che resta lettera morta.
Un sistema territoriale?
La reiterazione dello stesso schema in tre comuni diversi della stessa provincia solleva un interrogativo inquietante: si tratta di casualità o di un vero e proprio sistema consolidato che aggira sistematicamente le norme anticorruzione? Il fatto che dopo il caso Altomonte non siano state adottate misure preventive efficaci nei comuni limitrofi lascia pensare a una sottovalutazione del problema o, peggio, a una sua accettazione come prassi consolidata.
Il Codice dei Contratti Pubblici prevede espressamente che le stazioni appaltanti debbano garantire la rotazione degli affidamenti, evitando che un medesimo operatore economico risulti aggiudicatario in maniera sistematica. Tale principio risponde a esigenze di concorrenza, trasparenza e prevenzione della corruzione. L’eventuale concentrazione degli affidamenti in capo a un unico soggetto in tre comuni diversi, soprattutto quando esistono legami familiari con amministratori locali e collegamenti con esponenti politici di livello regionale, non può essere liquidata come mera coincidenza ma costituisce una violazione sistematica sia della lettera che dello spirito della normativa anticorruzione.
Le domande che attendono risposta
Di fronte a questo quadro complessivo emergono interrogativi che richiederebbero risposte chiare, documentate e coordinate:
- Le procedure di affidamento nei tre comuni sono state svolte nel rispetto delle norme sulla rotazione?
- Gli amministratori legati da vincoli di parentela con l’imprenditore si sono formalmente e sostanzialmente astenuti dalle decisioni riguardanti gli affidamenti?
- Esistono verifiche da parte degli organi di controllo interno ed esterno sui tre comuni?
- Sono stati attivati i protocolli di legalità previsti dalla normativa anticorruzione?
- Perché dopo il caso Altomonte non sono state implementate misure preventive negli altri comuni?
- Esiste un coordinamento investigativo tra le autorità competenti per valutare il fenomeno nella sua dimensione territoriale?
- I collegamenti politici tra amministratori locali ed esponenti regionali hanno influenzato in qualche modo le dinamiche degli affidamenti?
L’urgenza di un intervento sistemico
Situazioni come quelle descritte, che si ripetono con identiche modalità in comuni diversi, a prescindere dalla loro eventuale legittimità formale, minano profondamente la fiducia dei cittadini nelle istituzioni locali e alimentano un clima di sospetto che danneggia l’intera comunità calabrese, già gravata da stereotipi negativi. Non è più sufficiente che le singole amministrazioni comunali forniscano chiarimenti isolati. Serve un intervento coordinato e sistemico che affronti il fenomeno nella sua interezza, verificando se esista un disegno unitario o quantomeno una prassi consolidata che aggira le norme anticorruzione.
Gli organi di controllo sovracomunali – dalla Corte dei Conti alla Prefettura, dall’Autorità Nazionale Anticorruzione alla Procura della Repubblica – hanno il dovere di verificare il rispetto delle norme con un approccio d’insieme, valutando non i singoli episodi ma il quadro complessivo che emerge dalla loro reiterazione. Solo attraverso la massima trasparenza, controlli rigorosi e, se necessario, interventi sostitutivi sarà possibile dissipare le ombre che gravano su questi affidamenti e restituire dignità a territori che meritano amministrazioni al di sopra di ogni sospetto. La replicazione del “modello Altomonte” a Firmo e Lungro non può essere ignorata: rappresenta un test decisivo per la capacità delle istituzioni di contrastare fenomeni che, se tollerati, rischiano di consolidarsi come sistema, specialmente quando appaiono intrecciati con dinamiche politiche che trascendono la dimensione meramente comunale.









