venerdì, Febbraio 27, 2026
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Calabria. 118 a costo zero: il “miracolo contabile” a firma Occhiu’

118 A COSTO ZERO: IL MIRACOLO CONTABILE DELLA CALABRIA A FIRMA OCCHIÙ

C’è una scena che in Calabria si ripete con la puntualità di un orologio rotto (chiru e nannùzzu, ca facìa sempre e sìe e ‘mmenza): si annuncia la riforma epocale, si convocano conferenze, si firmano convenzioni, si distribuiscono pacche sulle spalle… e poi, quando si spengono i microfoni, restano i soliti a reggere il peso vero del sistema.

I volontari. Quelli veri. Quelli che non compaiono mai nei comunicati. Quelli che non rilasciano interviste ma rianimano persone. Quelli che arrivano quando tua madre non respira; raccolgono pezzi di lamiera e carne sull’asfalto. Quelli che fanno turni da 12 ore con stipendi che definire dignitosi è un atto di fantasia. Quelli che, nei fatti, tengono in piedi un sistema che senza di loro collasserebbe in una settimana. Ma chi sono in realtà e cosa fanno gli autisti e i soccorritori volontari? Ascoltate bene: https://www.instagram.com/reel/DU_Z_I0kSAB/?igsh=b3puYXh5bnhtbHh4

Li abbiamo sempre descritti così: persone normali che fanno cose enormi, mentre Regione, Asp e Azienda Zero fa comunicati. Gente che negli anni ha tenuto in piedi il 118 tappando falle strutturali enormi, e continua a farlo. Spesso anticipando soldi, mezzi, carburante, energie e pure pazienza. Altro che “spirito di servizio” da citazione da brochure.

Parliamo di gente che ha garantito soccorso, in tempi apocalittici come quelli del Covid, anche quando le certezze amministrative erano un miraggio e quelle economiche una barzelletta raccontata male. E proprio per questo oggi molti volontari, autisti e soccorritori, prendono le distanze, in toto, da quel comunicato diffuso da una parte delle associazioni e recapitato con cura a qualche giornalaio di regime, utile più a incensare che a raccontare la realtà. Un comunicato che ringrazia pubblicamente il Presidente della Regione Calabria, Roberto Occhiuto, e il Commissario straordinario dell’ASP di Cosenza, Vitaliano De Salazar, per aver “portato a compimento un percorso complesso e atteso da anni”. Che uno a leggerlo pensa pure: “Minchia, Occhiuto si è finalmente messo una mano sulla coscienza!”

Ma quale mano? Ma quale coscienza…? Di fatto la convenzione non fa altro che parare il culo alle Aziende sanitarie regionali, lasciando grattacapi e responsabilità in capo alle Associazioni.

Diverso il discorso per Vitaliano De Salazar. Appena insediato, dopo i fatti di Longobucco, non si è nascosto dietro le carte: le ha aperte. Ha accelerato, ha convocato le associazioni e in tempi brevi è riuscito ad attivare la postazione di quel paese e far partire la convenzione con le associazioni. Si comincia il 1° marzo. Una convenzione che certo non risolve tutti i problemi del 118, ma quando qualcuno passa dalle parole agli atti, va riconosciuto. In un sistema lumaca, come quello calabrese, muoversi subito non è scontato. Perché quando una postazione apre davvero, non è propaganda. È un’ambulanza in più su strada. Ora.

Il punto non è il galateo istituzionale. Il punto è la memoria. Perché in cinque anni di commissariamento Occhiuto, tra riunioni, tavoli, promesse, appelli e rassicurazioni, il mondo del volontariato si è sentito spesso preso per il culo. Ascoltato sì. Risolto no. Ora cambia la gestione. Cambia la sigla. Cambia il vestito amministrativo. Ma sotto la stoffa resta lo stesso schema. Se Occhiuto quindi vuole essere incensato, per l’ennesimo “diritto” trasformato in Cosentino “piacìre” l’incenso se lo compri da solo. I volontari hanno già dato abbastanza… e il loro incenso non profuma più.

Il nodo vero esplode dopo la firma della convenzione con Azienda Zero e con il sistema sanitario regionale. Sulla carta tutto perfetto. Nella pratica, molto meno. Perché se Regione Calabria, ASP e Azienda Zero vogliono il supporto delle associazioni, e gli conviene eccome visto che il volontariato costa meno della gestione diretta, allora devono coprire il cento per cento dei costi. Non una percentuale creativa. Non una copertura parziale. Non un “anticipate voi e poi vediamo”. Il cento per cento. Altrimenti non è collaborazione. È sfruttamento lavorativo mascherato da volontariato. Manodopera a costo zero, o quasi, travestita da missione sociale.

Ed è qui che la situazione scivola nel paradosso più pericoloso: associazioni costrette a fare contratti di apparenza non conformi a quanto dettato nelle convenzioni (stilate dalle Asp), a ridurre il personale sulle ambulanze, semplicemente perché le coperture finanziarie che Regione, ASP e Azienda Zero dovrebbero garantire… non arrivano o non bastano.

Tradotto: ti chiedo standard elevati, personale, turnazioni, livelli contrattuali… ma non ti do le risorse per rispettarli fino in fondo. Un cortocircuito perfetto. E mentre i soliti lecchini firmano comunicati celebrativi, sul territorio succede che alcune associazioni fanno dietrofront, altre resistono solo perché legate a leasing quinquennali delle ambulanze o a contratti di lavoro già sottoscritti, e altre ancora si trovano sospese in un limbo economico che definire fragile è generoso. Nel frattempo chi paga davvero questo squilibrio non sono i palazzi. Sono i cittadini.

Perché ogni criticità economica ricade sul buon andamento del servizio, sulla stabilità delle postazioni, sull’apertura di nuove sedi che, stando così le cose, rischiano di restare sulla carta. Meno coperture, più buchi, più attese. E quando un’ambulanza manca, non manca a un convegno. Manca a qualcuno che sta male. E quando manca c’è il rischio concreto che le morti di San Giovanni in Fiore, Soverato, Longobucco… si ripetano.

Molte postazioni 118 risultano ancora scoperte, come da elenchi ufficiali. Non perché manchino i mezzi o la volontà di garantire soccorso, ma perché mancano le condizioni economiche e strutturali per farlo in modo sostenibile. Alcune postazioni che inizialmente erano state coperte sono state successivamente rifiutate proprio dalle associazioni, schiacciate da un sistema che chiede standard pieni ma offre coperture dimezzate.

E non è tutto. Diverse realtà del volontariato, già operative su una postazione, stanno mostrando forte resistenza a coprirne una seconda. Non per pigrizia, non per mancanza di spirito di servizio, ma perché allargare l’impegno in queste condizioni significa esporsi a un rischio economico e gestionale che molte strutture semplicemente non possono permettersi. Per questo le distanze prese dai volontari non sono uno sfogo. Sono un atto di responsabilità. Perché continuare a far finta che vada tutto bene mentre i conti non tornano significa rendersi complici di un sistema che regge sul sacrificio altrui.

Poi certo, finché nessuno denuncia, si può continuare a fare i galletti. A cantarsela. A incensarsi a vicenda. Ma la storia insegna una cosa semplice: quando i nodi economici diventano legali, quando lo sfruttamento mascherato finisce sotto una lente giudiziaria, quando qualcuno decide che basta così… quello che rideva prima smette di ridere per ultimo. E a quel punto non serviranno comunicati. Né incenso.