La Madonna placcata e il popolo affamato. Cronache semiserie da Lauropoli, dove l’oro luccica più delle domande
A Lauropoli di Cassano, frazione devota della provincia di Cosenza, la Madonna della Purificazione non è solo una figura sacra: è un’istituzione, un’identità, un evento annuale che mobilita cuori, portafogli e, a quanto pare, anche chili (o grammi) di metallo prezioso. Qui la fede non è mai stata timida. È sempre stata pomposa, luminosa, rumorosa, come certe feste di paese che non vogliono passare inosservate. E infatti, sotto la lunga guida dell’ex parroco don Pietro Martucci, la festa della Madonna è diventata un vero e proprio spettacolo: processioni scenografiche, luminarie degne di una capitale del Sud, cantanti, divise, ordini cavallereschi creati ad hoc e, naturalmente, corone d’oro per la Madonna e il Bambino. Perché, si sa: la Madonna va onorata. E a Lauropoli, se devi onorare qualcuno, lo fai in grande.
Correva l’anno 2012 quando si decise di fondere l’oro presente in parrocchia per realizzare le famose corone, affidando il lavoro all’orafo Giovanbattista Spadafora. Tutto regolare, tutto raccontato come un gesto di devozione collettiva. Per anni nessuno ha avuto dubbi: quelle corone erano d’oro massiccio. Un vanto, quasi un titolo nobiliare per il paese.
Poi, nel 2025, l’imprevisto degno della miglior fiction locale. Durante il recente restauro della statua, nel verbale di riconsegna compare una frase semplice, quasi innocente: le corone non sono in oro, ma placcate in oro. Boom. Altro che miracolo: deflagrazione sociale. La notizia si sparge più velocemente dell’incenso la domenica mattina. Bar, sagrestie, gruppi WhatsApp, post su Facebook: tutti a chiedersi la stessa cosa, con crescente inquietudine: “E l’oro dov’è finito?”. Da quel momento Lauropoli si divide come solo i paesi sanno fare: da un lato chi difende don Pietro come un santo incompreso, dall’altro chi sospetta l’inimmaginabile. E poi c’è chi ride e fa meme sui social.
Don Pietro, dal canto suo, reagisce con fermezza: pubblica verbali, cita lettere dell’orafo, minaccia querele e chiarisce che l’oro raccolto non era chili e chili, ma circa 400–500 grammi, che le aureole sono “bagnate in oro”, che l’opera è unica, artistica, senza prezzo. Insomma: non saranno d’oro massiccio, ma sono belle dentro.
La Curia tace. Gli altri sacerdoti osservano con discreto imbarazzo. Il paese discute, come se non avesse altro da fare. Ed è qui che la storia diventa, suo malgrado, tragicomica.
Siamo nel 2026, un tempo in cui la gente fatica a fare la spesa, in cui le famiglie contano gli spicci, in cui la povertà non è un concetto astratto ma una presenza quotidiana. E a Lauropoli, come ovunque, c’è chi non arriva a fine mese.
Eppure, il dibattito che infiamma la comunità è se la Madonna abbia avuto corone d’oro massiccio o solo placcate. Viene da chiederselo, con tutto il rispetto possibile: ma davvero la Madonna voleva l’oro?
Forse la Madonna della Purificazione, che nella tradizione rappresenta umiltà e sacrificio, avrebbe preferito qualcosa di meno luccicante e più utile. Forse avrebbe gradito meno carati e più pane.
Meno aureole e più attenzione per chi non ne ha nessuna.
Perché l’oro, in fondo, non purifica nessuno. E la fede, quando diventa una gara a chi spende di più, rischia di perdere il suo senso più profondo.
La vera amarezza non è scoprire che le corone sono placcate. L’amarezza è rendersi conto che ci scandalizziamo più per il metallo che per la miseria. Che discutiamo per anni di grammi d’oro, ma molto meno di chi non ha nulla.
A Lauropoli resterà questa saga, a tratti ironica, a tratti grottesca. Ma forse resterà anche una domanda, che luccica meno dell’oro, ma pesa di più: se anche la Madonna fosse stata senza corona, sarebbe stata meno Madonna?









