venerdì, Febbraio 27, 2026
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Catanzaro. I misteri di Mancuso e il centrodestra sull’orlo di una crisi di nervi: le firme possono attendere

Il centrodestra catanzarese: masochismo politico o amore tossico per il potere?

A Catanzaro il centrodestra ha un problema evidente: potrebbe vincere, ma preferisce soffrire. Altrimenti non si spiegherebbe perché, pur avendo i numeri, continui a interrogarsi se andare al voto o restare aggrappato a una maggioranza che tiene in vita tutto fuorché se stessa. Andare alle urne a maggio significherebbe vittoria quasi certa. Lo sanno tutti: lo sa Fiorita, lo sa Mancuso, lo sanno anche i passanti distratti sul Corso. E allora perché le firme per la sfiducia restano bloccate a quota 14/15? La risposta è semplice e per nulla romantica: i poteri forti della città non hanno alcuna intenzione di mollare l’osso.
Fabio Celia, reduce dal ricorso elettorale perso dall’amica Iemma, potrebbe firmare. Ma lo farà – se lo farà – il 20 febbraio, quando i giochi saranno ormai chiusi. Un gesto simbolico, della serie: come arrivare al cinema quando scorrono i titoli di coda.
Forza Italia si dichiara “compatta”, ma come certi eserciti ottocenteschi: con qualche diserzione strategica. Manca Emanuela Costanzo, tenuta in panchina da Mimmo Tallini, che insieme alla consigliera Procopi sembra impegnato in una missione precisa: evitare che qualcuno nel centrodestra possa cantare vittoria, soprattutto se si chiama Donato o Costanzo. Tallini, del resto, ha chiarito la sua linea politica senza troppi giri di parole: in una recente intervista si è proclamato “fioritano doc”. Tradotto: il centrodestra può anche aspettare. Qualche malalingua racconta di dialoghi sempre più frequenti con Francesco Pitaro. La verità è che Tallini sembra aver smarrito la bussola. I tempi d’oro sono lontani e oggi la strategia appare ridotta a un principio semplice: distruggere tutto ciò che si muove, anche a costo di sacrificare fedelissimi storici come Francesco Scarpino, tra i primi a bussare alla porta del notaio Sculco per paura di restare fuori dal prossimo giro. Quoque tu, Scarpino fili mi…
E poi c’è Mancuso. L’uomo del mistero. Vuole fare il sindaco? Forse. Vuole restare nella Lega? Forse no. Vuole cambiare partito? Dipende dall’orario. Un enigma politico vivente, talmente complesso che probabilmente nemmeno lui conosce la risposta. Una certezza però c’è: Mancuso ama il potere, possibilmente declinato al plurale. Il partito è un dettaglio, le poltrone no. Dialoga con tutti, rassicura tutti, promette a molti. Poi, puntualmente, delude tutti. Da Occhiuto a Salvini fino a Durigon. Altro che Fiorita: il vero democristiano 2.0 è lui.
Nasce così il fenomeno dei “mancusiani”: fedelissimi non a un’idea, ma alla seduta consiliare ben retribuita. Il caso Laudadio è emblematico: firme che non arrivano, parentele che si intrecciano, incarichi che scorrono come un fiume tranquillo. Coincidenze, certo. Sempre coincidenze. Il fratello Vincenzo è stato componente interno della struttura speciale ufficio di Gabinetto del Presidente del Consiglio regionale Filippo Mancuso dal 2022 al 2025, mentre dalla fine dello scorso anno al dicembre 2026 è componente interno della struttura del consigliere regionale della Lega, Gianpaolo Bevilacqua, con una indennità di struttura aggiuntiva di 9.540,96 euro lordi annui.Mentre la zia di Laudadio Maria Starace, è stata nominata esperta nell’osservatorio regionale per lo sport con decreto n. 7 del 22 ottobre 2022 firmato proprio da Filippo Mancuso. Tra i sostenitori più convinti c’è Antonio Corsi detto Jonny, che elogia pubblicamente Mancuso e nei fatti sostiene l’amministrazione Fiorita, pur essendo stato eletto con una lista civica di tutt’altro segno. Una forma di volo politico radente, più che “Volare alto”.
Il tutto avviene mentre il Comune intrattiene rapporti quantomeno cordiali con l’imprenditore Floriano Noto: debiti fuori bilancio riconosciuti, guerre amministrative contro i competitor (perse), nomine culturali ben remunerate. Un ecosistema perfetto dove politica, affari e opportunità danzano mano nella mano. Tra le sue maggiori prodezze ricordiamo la nomina di Tonia Santacroce a Sovrintendente del Politeama, la guerra contro Mottola d’Amato, i debiti fuori bilancio riconosciuti senza pezze giustificative eccetera.
Prima di staccare la spina, qualcuno deve ancora chiudere qualche pratica urbanistica ad esempio un cambio di destinazione d’uso, magari a Giovino. E si sa: certe decisioni richiedono tempo, calma e una maggioranza viva per miracolo.
Nel frattempo Gianni Costa, passato dalla Lega alla lista civica “Prima l’Italia”, continua a presidiare con zelo il gettone di presenza. L’idea di mandare tutti a casa non lo sfiora nemmeno: del resto, una Giunta che sopravvive grazie all’elastico della bancarella non capita tutti i giorni. Neanche Fratelli d’Italia sembra avere fretta. Qualche consigliere frena, complice una rete di relazioni familiari e politiche che rende la caduta di Fiorita un evento decisamente scomodo. Due consiglieri vicini (oggi) all’assessore regionale all’ambiente Antonio Montuoro, tali Raffaele Serò e Tommaso Serraino, avrebbero ingranato il freno a mano rispetto a questa ipotesi. Questo anche, ma non solo, per la vicinanza di Montuoro con il cognato del sindaco, già amministratore unico della Catanzaro Servizi, Rocco Mazza, che fungerebbe da collante.
Morale della favola: nei prossimi giorni il notaio Sculco potrà tranquillamente dedicarsi alla lettura. Nessuna firma in vista. Il canto delle sirene dell’opportunismo, del gettone di presenza e dell’accattonaggio politico è decisamente più seducente di qualsiasi atto di coraggio. E Catanzaro resta lì, sospesa, in attesa che qualcuno decida se governare, vincere o semplicemente sopravvivere.