venerdì, Febbraio 27, 2026
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Chiama Roma, risponde Crotone. Cronaca di una vertenza “usata”

CHIAMA ROMA, RISPONDE CROTONE
Cronaca di una vertenza “usata”

Fonte: U’Ruccularu 

Non è una gara d’appalto. Non è una questione tecnica. Non è nemmeno, fino in fondo, una vertenza sindacale. Il bando “Chiama Roma 060606” è un atto politico mascherato da procedura amministrativa. E come tutti gli atti politici, produce vincitori e sconfitti.
Solo che questa volta i perdenti non hanno voce, se non quando servono a qualcun altro.
Da oltre dieci anni, una parte del servizio di contact center del Comune di Roma viene svolta a Crotone. Non per carità, non per emergenza, ma perché lì esiste un bacino di lavoratori formati, stabilizzati, specializzati su quell’appalto.
Persone che hanno costruito una professionalità riconosciuta, pur lavorando a centinaia di chilometri dalla Capitale.
Il nuovo bando spezza questa continuità senza dirlo apertamente.
Introduce criteri che premiano la prossimità geografica a Roma, indebolisce la clausola sociale, sposta il contratto di riferimento. Il risultato è semplice: i lavoratori crotonesi diventano improvvisamente un problema, un peso, una variabile sacrificabile. Non vengono licenziati, Vengono superati.
E dopo la vertenza Abramo, altre Centoventicinque, forse centocinquanta famiglie crotonesi restano sospese, senza una data, senza una risposta, senza un atto che si assuma la responsabilità politica di dire: questo lavoro qui non serve più.

La cronaca, quella nuda
Gennaio 2026. Il bando viene pubblicato. I sindacati segnalano subito le criticità. Parte lo stato di agitazione a Crotone. Il Campidoglio non arretra. Nessun ritiro, nessuna revisione.
Il silenzio istituzionale dura poco, perché viene presto riempito da un altro rumore: quello della polemica anzi, della campagna elettorale. Fabio Tomaino parla di silenzio della politica.
Elisabetta Barbuto risponde che il silenzio non esiste, che sono state presentate interrogazioni, che il problema è altrove. Il bando, intanto, resta dov’è. Immobile. Le dichiarazioni si moltiplicano. I comunicati rimbalzano. I toni si alzano. I lavoratori restano fermi. Quando la vertenza diventa strumento È qui che la storia smette di essere solo una vicenda di lavoro e diventa qualcosa di più familiare, di più crotonese. La vertenza non viene presa in carico. Viene usata. Tomaino parla. Parla molto. Denuncia, accusa, indica colpe. Ma a Crotone il suo curriculum sindacale pesa come un macigno: nessuna grande vertenza chiusa con risultati strutturali, nessun fronte salvato nei passaggi più duri, caso Abramo docet. Un sindacalismo percepito più come continuità dinastica che come conflitto efficace, più come presenza mediatica che come forza negoziale.

Barbuto risponde. Risponde spesso. Interrogazioni, note, prese di posizione. Ma anche qui il copione è noto: visibilità costante, risultati concreti assenti. Quando ha avuto ruoli chiave, come in Commissione Trasporti da parlamentare, Crotone non ha visto cambiamenti, né dossier risolti. Solo comunicati. Molti. Puntuali. Quotidiani. Due percorsi diversi, un punto in comune: nessuno dei due sposta la vertenza di un millimetro. Perché entrambi stanno già parlando a un altro pubblico. Non ai lavoratori. Agli elettori.

Il lavoro come scenografia
In questa storia i lavoratori non sono soggetti. Sono sfondo. Servono per costruire posizionamento, per occupare spazio, per intestarsi una battaglia che non viene mai combattuta fino in fondo. Nessun tavolo vero. Nessuna pressione istituzionale efficace.
Nessun atto che costringa Roma a rispondere. Perché la verità e che non hanno nessun peso a Crotone, figuriamoci a Roma. Il resto sono solo parole. Solo accuse incrociate.
Solo campagna elettorale anticipata che non serve a nessuno, tantomeno ai lavoratori.
A Crotone succede sempre così: il lavoro non è un diritto da difendere, è una narrazione da spendere. Un argomento utile, finché serve. Alla fine resta una scena semplice, quasi muta.
Un bando che non viene ritirato. Un Campidoglio che non risponde. Una Regione che osserva, ma tace. Un comune che ovviamente non conta nulla in questa vicenda.
Una città che perde lavoro senza nemmeno il rumore di una fabbrica che chiude.
Restano i lavoratori, cancellati con eleganza, espulsi da una procedura che non sporca le mani a nessuno. Un’uscita amministrativa. Pulita. Legale e Indolore. Per chi decide.
E poi restano loro, i protagonisti della polemica. Si parlano addosso. Si accusano di silenzi che servono solo a coprire il vuoto. Si contendono una vertenza che nessuno ha davvero affrontato o meglio ancora: che sia capace di risolvere.
Perché qui non c’è stata una battaglia istituzionale. Non c’è stato un atto che ha cambiato le regole. Non c’è stata una scelta che abbia protetto il lavoro. C’è stata solo campagna elettorale sulla pelle di chi rischia di restare senza reddito. “Chiama Roma”, risponde Crotone. Ma Roma non ascolta. E Crotone, ancora una volta, parla troppo e ottiene niente.
Non è una vertenza persa. È qualcosa di peggio. È una vertenza usata…