Erano anni di mafia, di guerra. Noi ragazzi, figli di una Cosenza Vecchia che cresceva in un clima in cui la forza e la prepotenza sembravano l’unico linguaggio possibile, respiravamo ogni giorno quell’aria. Non era una scelta consapevole: era l’ambiente che ti modellava, che ti insegnava che per farti rispettare dovevi assomigliare a chi comandava. E chi comandava non erano certo i migliori. Quella sembrava l’unica strada. Guardandoci intorno vedevamo solo due possibilità: adeguarsi o restare ai margini. Molti miei coetanei parevano già assegnati a un destino scritto da altri, come se il quartiere avesse deciso per loro prima ancora che potessero farlo da soli. Poi, a un certo punto, nella mia vita entrò Franco Dionesalvi. Non con proclami, ma con una visione. E fu l’arrivo del festival Invasioni tra le vie della città vecchia a farci capire che esisteva un’altra prospettiva. Non solo quella della prepotenza o del destino già scritto. All’improvviso i vicoli diventarono incontro, parola, possibilità. La cultura scendeva in strada e ci riguardava da vicino. Per la prima volta capimmo che potevamo restare lì, negli stessi luoghi, ma scegliere di essere altro.
Ricordo le giornate con i ragazzi del quartiere, in mezzo agli stand e ai dibattiti, quando il festival arrivò in Villa Vecchia. Per tanti di noi non fu solo “una novità” che spezzava la monotonia quotidiana, ma qualcosa di più profondo. Ed è lì che vidi per la prima volta Franco. Era fermo davanti a uno stand artigianale, a parlare con una ragazza dai lunghi dread. Lo rividi il giorno dopo. E quello dopo ancora, osservandolo e ascoltandolo, lo seguivo con le orecchie e con gli occhi, perché in quel suo modo di fare e di parlare c’era già qualcosa di diverso, di inatteso, che restava nell’aria. Quella esperienza, quei gesti e quelle parole — all’inizio a me poco comprensibili, così diversi da ciò che sentivamo ogni giorno — iniziarono a imprimersi nella mente. Fu un primo assaggio di un mondo possibile, di pensieri liberi, di scelte consapevoli. Franco era la prova vivente che un altro modo di vivere era possibile, anche per noi che eravamo cresciuti tra i vicoli e la rassegnazione. Era l’esempio che ci mancava.
Questo è stato Franco per me, e tanti altri. Non solo un poeta, non solo un intellettuale. È stato l’uomo che ha spostato l’asse mentale di una generazione. Che ha dimostrato, con i fatti, che la cultura può cambiare i comportamenti prima ancora delle leggi. Nei vicoli dove il sole del buon Dio non manda i suoi raggi, lui è stato un faro. Ci ha guidati lontano dalla cattiva strada, senza imporci nulla, ma aprendoci uno spazio nuovo dentro la testa. Oggi molte generazioni sono diverse anche per questo. Oggi mercoledì 18 febbraio, in occasione del suo compleanno, dedicheremo a Franco un graffito a Piazza Piccola alle ore 18.00. Non sarà solo un muro dipinto. Sarà un segno di gratitudine. Per ricordare che il destino non è inciso nei vicoli in cui nasci, ma nelle idee che incontri. E che i luoghi, prima ancora di essere pietre, sono spazi della mente.
Francesco Azzinnaro









