venerdì, Febbraio 27, 2026
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Crotone, la città che mena

CROTONE, LA CITTÀ CHE MENA

Fonte: U’Ruccularu 

A Crotone la violenza non arriva all’improvviso. Non scoppia. Scorre. È un fiume carsico che passa sotto le strade, dentro i palazzi, negli spogliatoi. Ogni tanto riaffiora, spacca una vita, un’istituzione, una regola. Poi torna sotto terra. Come se niente fosse. Non chiamiamoli episodi. Gli episodi sono casuali. Qui non c’è nulla di casuale.
C’è Davide Ferrerio, ridotto in stato vegetativo perché a Crotone si può essere colpiti anche senza motivo. Basta somigliare a qualcun altro. Basta essere nel posto sbagliato. Basta respirare l’aria sbagliata.
In quella notte non c’è stata una lite: c’è stata una esecuzione sociale per errore, resa possibile da una cultura che ha smesso di distinguere tra conflitto e annientamento.
C’è il caso Ioppoli, con un consigliere comunale che accusa il sindaco Vincenzo Voce di aver risposto al dissenso politico a pugni e calci durante una riunione sugli alloggi popolari di via Israele. Qui la violenza non è strada: è palazzo.

È l’idea che il potere non si discuta ma si imponga, che il confronto sia debolezza, che la forza fisica sia un argomento valido anche quando si governa una città.
C’è l’arbitro ventenne, picchiato, umiliato e persino derubato dopo una partita di dilettanti.
Il campo sportivo, che dovrebbe insegnare regole e rispetto, diventa tribunale di strada.
Chi fischia paga. Chi rappresenta la norma va abbattuto. Tre storie. Tre ambienti diversi.
Un’unica lingua parlata fluentemente: la violenza. Crotone non è violenta “per colpa di”.

Crotone è violenta perché ha scelto nel tempo di disprezzare tutto ciò che la rende civile: cultura, istruzione, mediazione, pensiero critico. Qui chi alza la voce è leader, chi studia è sospetto, chi riflette “si complica la vita”. L’ignoranza non è più una mancanza: è un’identità rivendicata. E quando una società si abitua a risolvere i conflitti col corpo, smette anche di scandalizzarsi. La vergogna evapora. Restano i pugni. Dentro questo clima, la ’ndrangheta non è un corpo estraneo. È coerente.
Non serve evocarla ogni volta che succede qualcosa di nero: basta osservare la grammatica quotidiana. La ’ndrangheta vive di messaggi corporali, di paura che educa, di silenzi che disciplinano.
Vive dove il potere è forza e la forza è rispetto. Vive dove il dissenso è un affronto e la regola un ostacolo. Attenzione: la ’ndrangheta non ama il caos. Ama l’abitudine.
Ama società prevedibili, addestrate, rassegnate. Ama città che confondono autorità e dominio, che accettano la violenza come “carattere”, che minimizzano tutto finché non è troppo tardi.

Crotone, oggi, è biologicamente compatibile con questo modello. Il nodo più scomodo è la complicità sociale. Non quella dei reati, ma quella delle frasi: “sono cose che succedono”,
“meglio non immischiarsi”, “eh ma pure lui…”, “I cantieri devono andare avanti lo stesso…”.
Ogni volta che si giustifica, si minimizza, si ride della brutalità, si sta facendo un favore a chi vive di paura. Ogni volta che la cultura viene trattata come inutile, si prepara il terreno a chi comanda senza dover spiegare.

Questa è una società tossica, perché si nutre di scontro. Drogata, perché vive di consenso facile e tifoseria permanente. Retrograda, perché rifiuta il cambiamento. Povera culturalmente, perché ha smesso di interrogarsi. E dove manca il pensiero, arrivano i pugni.
La verità, nuda e cruda, è questa: la violenza a Crotone non è un’emergenza. È un sistema.
Sta nelle strade, nei palazzi, nei campi. Sta nel modo di parlare, di decidere, di comandare. Sta nel fatto che nessuno si vergogna più davvero. Davide Ferrerio non è solo una vittima.
Il caso Ioppoli non è solo una lite politica. L’arbitro non è solo cronaca sportiva. Sono specchi. E lo specchio restituisce l’immagine di una città che colpisce prima di capire, che mena prima di pensare, che reagisce prima di crescere. La ’ndrangheta non cadrà solo con le operazioni di polizia. Cadrà quando Crotone smetterà di assomigliarle. Fino ad allora, il fiume scorrerà.