venerdì, Febbraio 27, 2026
Home CRONACA Droga, racket, il martello contro pusher e tossici: la doppia vita di...

Droga, racket, il martello contro pusher e tossici: la doppia vita di Cinturrino, il poliziotto assassino

di Andrea Siravo
Fonte: La Stampa
24 Febbraio 2026

Era persona significativamente aggressiva e violenta, abituato a percuotere le persone che frequentavano il bosco di Rogoredo anche avvalendosi di un martello», le ammissioni dei colleghi.
La parabola di Carmelo Cinturrino, dal record di arresti al racket della droga tra i disperati di Rogoredo e Corvetto.
***
MILANO. «Fate quello che dovete». Non si scompone Carmelo Cinturrino. Del resto chi lo conosce lo descrive così, sicuro di sé, spavaldo.
Sembra quasi sorpreso di trovarsi nel parcheggio del commissariato di Mecenate tra i poliziotti della Squadra mobile che lo attendono con il decreto di fermo in cui è accusato di omicidio volontario.
L’assistente capo di 41 anni arriva alle 8.30 di ieri con la sua auto per attaccare il turno.
Dal 26 gennaio, quando ha sparato e ucciso Abderrahim Mansouri, era stato tolto dalla strada.
Non era stato sospeso, ma relegato a mansioni non operative e privato dell’arma d’ordinanza.
Con gli investigatori della Omicidi l’assistente capo di 41 anni partecipa alle perquisizioni della sua scrivania, dell’alloggio di servizio per poi spostarsi nella villetta della compagna a Carpiano, hinterland Sud di Milano.
Seguono il passaggio in questura dove incontra l’avvocato Piero Porciani prima del trasferimento nel carcere di San Vittore. Dalla sua cella uscirà questa mattina per sedersi di fronte al giudice Domenico Santoro e al procuratore Marcello Viola per l’udienza di convalida.
Un interrogatorio che, visto oggi, appare come il punto di caduta di una parabola.
Fino a ventinove giorni fa, infatti, su Cinturrino non sembrava esserci neanche un’ombra. Un poliziotto dalla carriera pluridecennale immacolata, impreziosita anche da una lode per un’operazione di polizia del 2015.
Mai un richiamo o una sanzione disciplinare. Stimato e carismatico operatore della sicurezza, non solo in polizia, che macinava arresti in un territorio di frontiera come quello di Rogoredo e del Corvetto.
Piazze di spaccio difficili in cui l’impervia lotta quotidiana allo spaccio può diventare motivo di sfiducia. O, peggio, di pericolose tentazioni. Per quell’inesauribile fiume di droga e contanti, scevro dal pericolo siccità, da cui uno, se vuole macchiarsi irrimediabilmente, può attingere a piene mani.
Cinturrino avrebbe accettato quel patto con il diavolo. La conseguenza sarebbe stata la creazione di una doppia vita.
C’era quella apparente normale di Carmelo e quella di Luca, il nome con cui era conosciuto dagli spacciatori e dai tossicodipendenti, a cui avrebbe chiesto il pizzo. Cash e dosi per girarsi dall’altra parte e concentrarsi solo su chi non accettava le sue condizioni.
Di quella ordinaria le tracce social, raccolte prima che Cinturrino chiudesse tutti i suoi profili, restituiscono i viaggi e le vacanze nella sua Sicilia tra Taormina e Stromboli con la compagna, custode di un palazzone Aler in via Mombiani. Si aggiunge la passione per il Milan e le partite sugli spalti di San Siro.
Le due esistenze, quella di Carmelo e quella di Luca, non sono mai entrate in conflitto.
Nessuno fra i colleghi ha mai sospettato di lui. Almeno fino al 26 gennaio.
Tutti, o quasi, avevano messo la mano sul fuoco. «Cosa doveva fare davanti a uno spacciatore che gli ha puntato contro una pistola?». Colleghi, sindacati, politici e commentatori di destra lo hanno difeso e hanno contestato la scelta della procura di indagarlo per omicidio volontario.
Con il passare dei giorni e l’emergere delle incongruenze del suo racconto al nome di Cinturrino, però, è stata associata un’espressione ambigua. «È un poliziotto chiacchierato», si è iniziato a dire di lui nei corridoi. Riferimenti vaghi a comportamenti fuori le righe, di eccessi di ira e di metodi rudi.
Ad avere messo in fila le anomalie in modo ufficiale sono stati i tre giovani colleghi trascinati nella messinscena del boschetto di Rogoredo.
«Era persona significativamente aggressiva e violenta, abituato a percuotere le persone che frequentavano il bosco di Rogoredo anche avvalendosi di un martello», hanno dichiarato negli interrogati del 19 febbraio.

L’andare in giro con l’attrezzo da lavoro gli avrebbe fatto guadagnare anche l’appellativo di “Thor”, la divinità norrena che combatte con un martello magico.
Era fonte di timore anche per chi lavorava con lui. «Mentre andavo verso la macchina, ho avuto questo pensiero, Cinturrino è una persona pericolosa. È una persona che incute timore, è rude», ha spiegato l’agente di 28 anni corso in commissariato a prendere la valigetta in cui si ritiene l’assistente capo abbia prelevato la finta replica della Berretta piazzata vicino a Mansouri: una delle vittime del giro di racket messo in piedi dal poliziotto. Costretto a versare un obolo quotidiano di “5 grammi di coca e 200 euro al giorno”.
Paure condivise anche con i co-indagati. «Ci ha detto di aver avuto paura che mentre correva, il collega potesse sparargli», ha detto agli inquirenti un altro agente.
Dall’incrocio delle testimonianze dei poliziotti, indagati per favoreggiamento personale e omissione di soccorso, con quelli di alcuni frequentatori del boschetto di Rogoredo, i pm evidenziano un «quadro allarmante dei metodi di intervento del Cinturrino, inteso Luca, durante le operazioni di contrasto allo spaccio delle sostanze stupefacenti».
Da qui la considerazione sulle «potenzialità criminali» dell’assistente capo che sostengono l’esigenza di tenerlo in custodia cautelare in carcere.