Il ciclone cemento. Una riflessione della società civile calabrese sulle mareggiate in corso. Maltempo, la conta dei danni. I sindaci chiedono la dichiarazione dello stato di calamità naturale. Gli effetti del cosiddetto ciclone Harry si sono appena manifestati anche sui litorali della Calabria jonica e subito i titoli dei servizi giornalistici si sono abbattuti sull’immaginario collettivo dando per scontate alcune premesse, che noi vorremmo piuttosto mettere in discussione. Siamo sicuri che i danni siano stati provocati dal maltempo e non dal malgoverno del territorio? Perché bisogna considerare emergenza solo un evento meteorologico e non si deve mai assumere come problema la permanente calamità artificiale scaturita dal pluridecennale sacco delle coste calabresi, vicenda autolesionista famosa nel mondo, causa di sfiguramento e manomissione di 780 km lungo i quali si snodava nel recente passato un ecosistema litoraneo regionale di commovente bellezza?
L’impermeabilizzazione dei lungomari
Le macerie da prendere in considerazione per gli interventi dei prossimi giorni sono solo quelle provocate dallo sbriciolamento delle colate di cemento e asfalto o sono quelle morali, politiche e culturali disseminate da chi ha costruito i lungomari impermeabili, opere costose e perniciose in eterno rifacimento, sostitutive del sistema dunale che, come ci insegna l’ISPRA, è indispensabile nelle coste sabbiose per contenere il fenomeno dell’erosione?
La lobby del cemento
Usciamo dalle domande retoriche e affrontiamo a viso aperto le premesse di cui sopra che, alla luce delle esperienze già vissute, meritano proprio di essere contrastate, destituite di fondamento: il continuo ripristino dei lungomari flagellati quasi ogni anno dalle mareggiate è un esempio paradigmatico di shock economy perché la lobby del cemento, mentre alimenta il collasso ambientale generale, trae vantaggi dai disastri provocati. Il circolo vizioso realizza un’azione affaristica reiterata e perfetta: dal degrado dell’ambiente naturale conseguono tracolli di orribili manufatti da risistemare; la collaudata ricetta risulta sempre più funzionale a quella forma di follia denominata crescita economica. Infatti si programmano senza sosta nuovi scempi con funambolica e perversa fantasia: citiamo di passaggio il mostruoso impianto idroelettrico a pompaggio dell’acqua marina proposto dalla Edison tra la costa di Favazzina e la montagna di Melìa.
Le azioni da intraprendere
Che fare invece? Lo diciamo con parole di Ferdinando Boero, vergate più di quindici anni fa, perché le manifestazioni di buon senso, competenza e lungimiranza meritano spazio, memoria e riconoscenza, così come gli orientamenti di chi amministra i territori con vandalici criteri sollecitano una lotta di liberazione da parte nostra, in nome della vita, della bellezza, dei beni comuni e delle peculiarità di ogni angolo dell’orbe terracqueo. Vai, Ferdinando :
… il mare toglie da qualche parte e riporta da qualche altra parte. Pensare di fermarlo con il cemento e i massi non dà buoni risultati, basta andare lungo tutta la costa adriatica per capire come diventerà la nostra se perseguiremo quella strada. Dobbiamo cominciare a pensare alla ritirata dalla linea di costa, ritirata delle infrastrutture, prima di tutto le strade, e poi le case, le decine di migliaia di case abusive che abbiamo costruito direttamente sulle nostre spiagge. Dobbiamo rifare tutto il nostro territorio costiero, c’è grande lavoro per gli ingegneri e gli architetti ma, per favore, che lavorino di concerto con geologi ed ecologi. Da soli hanno già fatto abbastanza guai, e il prodotto del loro lavoro passato non è una buona credenziale. Tutto il territorio nazionale è a rischio idrogeologico (per frane o erosioni ) perché si è costruito dove non si doveva. Ci vuole una diversa cultura del costruire, una cultura che riconosca i diritti della natura, e che non pensi che si possa correggere tutto con un po’ di cemento o un po’ di massi. Le soluzioni proposte sono solo dei lifting che mascherano il problema, ma non lo risolveranno … Noi vogliamo che tutto resti fermo e nulla cambi . Ma il mondo non funziona così e la natura vincerà sul cemento. La soluzione del problema è radicale: occorre rinaturalizzare il sistema costiero, soprattutto nelle zone sabbiose. Le strutture, se proprio necessarie, devono essere temporanee …
Avviamoci dunque al riequilibrio ecologico: Harry non può essere un pretesto per mettere altri soldi pubblici in tasca ai cementificatori e allo stesso modo una tragedia come la crisi ecologica planetaria non può essere fonte rinnovabile di speculazione energetica a scapito di boschi e suolo naturale.
Coordinamento regionale Controvento – per il paesaggio e il territorio calabrese
Gruppo archeologico Valle dell’Amendolea
Laboratorio territoriale di San Lorenzo e Condofuri
Italia Nostra Soverato-Guardavalle
Italia Nostra Crotone
Teresa Liguori, Consigliera nazionale di Italia Nostra
Associazione “ Il Brigante” – Serra San Bruno (VV)
Associazione culturale “I sognatori “- Torre di Ruggiero (CZ)
Movimento Terra e Libertà Calabria
Laura Granato – Popolo Unito APS
Italia Nostra Alto Tirreno Cosentino









