venerdì, Febbraio 27, 2026
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Il fascista di oggi non fa paura. Fa pena

Il fascista di oggi non fa paura. Fa pena. Il fascista di oggi è una creatura infelice. Non perché perseguitata, ma perché costretta a rinnegare se stessa per tutta la vita. E non c’è nulla di più schifoso che vivere rinnegando ciò che si è, nascondendo la propria natura come una vergogna da dissimulare. Un tempo il fascista si diceva orgogliosamente fascista. Era — ed è — una merda, ma almeno coerente. Ci metteva la faccia, il corpo, spesso anche le ossa. Marciava, menava e rivendicava la sua “rivoluzione”. Praticava la sua ideologia infame, violenta e liberticida senza nascondersi. Oggi il fascista, al contrario, è una creatura patetica, un codardo assoluto: sogna i tempi di Mussolini ma non ha il coraggio di sostenerli pubblicamente. Si sente fascista, ma deve abiurare la propria ideologia, come Pietro con Cristo, trasformando la violenza e l’orgoglio di un tempo in una pratica clandestina di Stato.

Deve essere davvero deprimente sentirsi fascista e non poterlo dire, e ancora più frustrante deve essere trovarsi al potere senza poter fare nulla di ciò che un vero fascista farebbe: marciare in piazza, esibire simboli, confinare, purgare, ammazzare gli avversari, abolire stampa e partiti, mostrare potere e terrore. Invece deve accontentarsi di qualche manganellata a qualche ragazzino, emanare decreti sicurezza annacquati che non spaventano nessuno, e subire anche l’onta della sempre più evidente islamizzazione del Paese. Di più: si è dovuto umiliare indossando il kippāh e piangere davanti al Muro del Pianto. Il fascista di oggi è ridotto a un burattino impotente su tutti i fronti, prigioniero del mondo che un tempo voleva dominare. Trattato come un negro qualsiasi dagli americani, di cui è diventato lo zerbino. Costretto a vivere in quartieri sempre più meticci e a sopportare l’odore del kebab che ormai pervade le nostre città senza poter fare nulla. Una umiliazione continua.

Il fascista moderno brucia di rabbia impotente, ridotto a un miserabile che finge autorità, obbligato ad accettare tutto ciò che un vero fascismo non potrebbe tollerare. Non deve essere facile, per un fascista, reprimere e nascondere la propria identità, come un omosessuale in una società islamica.

La sua è una condizione di dissociazione permanente: ciò che sente non coincide mai con ciò che può dire, ciò che desidera non coincide mai con ciò che può fare. Vive in una clandestinità identitaria che rende patetica la sua impossibilità di essere se stesso. Per questo fa pena: perché non è più capace di vivere apertamente il suo fanatismo. È un fascista senza fascismo, un carceriere senza prigione, un boia senza forca, un dittatore senza dittatura. Una condizione che, a lungo andare, produce inevitabili effetti collaterali: paranoia, frustrazione cronica, ossessioni identitarie, deliri di accerchiamento. Una patologia politica che si manifesta in piccoli scatti d’ira, repressioni simboliche, compulsioni securitarie e una permanente crisi di nervi. E francamente nessuno che abbia rispetto di sé vorrebbe vivere in questa condizione di quotidiana umiliazione, nemmeno se gli offrissero il potere. Perché quello del fascista contemporaneo è un potere senza godimento, una vittoria senza trionfo, una caricatura dell’autorità. Roba da far rigirare nella tomba Benito, che — a differenza nostra, che per loro proviamo pena — non perderebbe tempo: l’unica pena che gli riserverebbe sarebbe la “pena di morte”. Poveri fascisti.