di Ferruccio Sansa
Ora c’è anche il timbro della Cassazione: la ‘ndrangheta in Trentino esiste. Ed esistono gli insidiosi intrecci tra ambienti mafiosi e politica locale in quel Nord ricco che a volte si ritiene isola felice e indenne. La Suprema Corte nei giorni scorsi ha confermato le condanne per otto persone. In tutto le pene sono di 75 anni, 6 mesi e venti giorni. Si aggiungono a precedenti altre tre condanne ormai definitive.
È la conclusione dell’inchiesta “Perfido” che aveva aperto uno squarcio sulle infiltrazioni nel mondo della cave di porfido in provincia di Trento. Un’indagine partita grazie alle coraggiose denunce del segretario comunale di Lona Lases, Marco Galvagni. Al lavoro dei carabinieri del Noe di Trento. Ma anche, va ricordato, a un’inchiesta del Fatto Quotidiano ormai di dieci anni fa.
Così la Cassazione ha messo la parola fine a un’inchiesta che, appunto, è stata avviata oltre dieci anni fa ed è stata divisa in tronconi, alcuni conclusi con riti alternativi, mentre questo ha seguito il percorso ordinario. Ora tutto pare semplice. Ma all’inizio era stata dura, molto, per Galvagni che aveva dovuto scontrarsi contro muri di gomma. All’epoca il cronista aveva interpellato la gente di Lona Lases, questo paesino tranquillo arrampicato sui primi dolci rilievi trentini. Un luogo silenzioso, tranquillo che a guardarlo ti pareva lontano anni luce da parole come ‘Ndrangheta e mafia. Eppure… “Galvagni?”, si era sentito dire, “Ah sì, è un gran rompiballe”. Invece no: aveva ragione. E aveva continuato per la sua strada nonostante i rischi.
Fino all’inchiesta del Fatto, alle prime interrogazioni parlamentari, come quella dell’allora parlamentare e poi ministro M5S, Riccardo Fraccaro: “Gli elementi sopra esposti appaiono di per sé gravi e tali da ritenere necessaria anche una tutela del segretario comunale”. Galvagni aveva indagato come un detective. Aveva consultato migliaia di fonti aperte. Aveva fatto visure. Aveva letto le carte di altri processi. E aveva ricostruito tutto da solo. Raccontava allora: “Tutto comincia quando nell’agosto 2014 viene sequestrato in Spagna un carico di porfido e cocaina. Tra le società e gli imprenditori legati alla spedizione c’erano anche imprenditori noti per la loro attività in Trentino”.
Così aveva consultato anche le carte dell’inchiesta Aemilia. Era arrivato a ricostruire gli appetiti della temutissima famiglia Grande Aracri in Trentino. E alla fine qualcuno lo aveva ascoltato. Già allora Galvagni citava lo sfogo di un ex ‘ndranghetista di spicco, per anni reggente del clan crotonese dei Vrenna-Bonaventura, raccolto dal sito questotrentino.it: “Il Trentino isola felice? Assolutamente sì: per le organizzazioni criminali è un’isola felicissima. Ho avuto parecchi affari lassù, quindi posso parlare con cognizione di causa; troppo spesso, ancor oggi, si racconta la favola secondo cui certe regioni sarebbero immuni dall’infiltrazione mafiosa. E invece la verità è che il Trentino è un chiaro esempio di mandamento occulto. Si tratta di quelle zone in cui la presenza delle organizzazioni criminali è forte, ma anche molto silenziosa. Il Trentino invece ancora non sembra accorgersi di nulla: le cosche gestiscono molti affari riuscendo a mimetizzarsi alla perfezione, senza richiamare l’attenzione di nessuno”. Ma dieci anni e undici condanne dopo è arrivata la condanna della Cassazione. Le mafie in Trentino esistono. Galvagni aveva ragione. E non si potrà più non accorgersi di nulla.









