venerdì, Febbraio 27, 2026
Home POLITICA Mariateresa Fragomeni a Vanity Fair: un proiettile, due auto bruciate e nessun...

Mariateresa Fragomeni a Vanity Fair: un proiettile, due auto bruciate e nessun passo indietro. Il Sud che non si piega

di Domenico Marcella

Fonte: Vanitu Fair 

Non si diventa simbolo per caso, ma scegliendo da che parte stare, anche quando farlo significa esporsi e resistere. Mariateresa Fragomeni appartiene alla (rara) categoria di amministratrici pubbliche che hanno trasformato la politica in un vero atto di responsabilità concreta. La Direzione Investigativa Antimafia l’ha voluta nel calendario 2026, dedicato alle donne che hanno rotto con la cultura mafiosa. Una scelta che è prima di tutto un messaggio.

Dal 2021, Fragomeni è sindaco di Siderno, Comune della Locride segnato da un passato di commissariamento per infiltrazioni della ‘ndrangheta. Dal suo primo giorno di mandato ha messo la legalità al centro di ogni decisione, spezzando equilibri opachi e contrastando sistemi criminali radicati. In risposta sono arrivate intimidazioni, un proiettile recapitato come avvertimento, insulti sui social e due auto di servizio incendiate. Nessun passo indietro, nessuna trattativa possibile. Mariateresa ha denunciato tutto con fermezza, dimostrando che non si sarebbe piegata.
In un contesto di potere storicamente maschile, la sua determinazione ha assunto un valore ancora più dirompente, diventando manifesto di coraggio civile e volontà granitica nel non arrendersi.

Essere scelta dalla DIA come volto della lotta alla criminalità non è solo un riconoscimento istituzionale, ma un’investitura simbolica. Cosa ha sentito, come donna e come sindaco, quando ha capito che la sua storia sarebbe diventata un’immagine nazionale?
«Se devo essere onesta, non me l’aspettavo. Noi amministratori pubblici siamo completamente assorbiti dagli impegni quotidiani, e difficilmente riusciamo a fermarci a guardarci intorno. Mi ha fatto molto piacere, certo, anche perché non mi sono mai considerata una persona da mettere in vetrina. Ho semplicemente fatto scelte chiare. Sa qual è stato il primo pensiero?».

Ci racconti.
«Condividere la notizia con la mia comunità. Venivamo da anni difficili, che avevano lasciato segni profondi non solo sul piano istituzionale, ma anche su quello sociale. Si era ormai diffusa la convinzione che, dopo i commissariamenti e le parentesi amministrative durate poco, Siderno fosse diventata ingovernabile. Invece abbiamo scelto la strada della trasparenza e del rispetto della legge, in ogni singolo atto. Dovrebbe essere la norma, ma non sempre lo è. Ci abbiamo creduto, e i miei concittadini ci hanno dato fiducia».

Lei non rappresenta soltanto Siderno, ma anche un’idea di Sud che reagisce. Questo tipo di visibilità ha cambiato il suo modo di vivere il ruolo pubblico. È più una protezione o una pressione?
«Chiunque si candidi a un ruolo pubblico deve metterlo in conto, nel bene e nel male. Le critiche, quando sei sovraesposto, aumentano e bisogna imparare a conviverci. Oggi però, soprattutto al Sud, molti giovani amministratori portano idee, progetti concreti e un modo diverso di fare politica, più attento ai fatti che alla propaganda. In Calabria, Puglia e Campania stanno crescendo energie che hanno scelto di non abbandonare i territori, ma di ridare loro slancio. Quando i cittadini vedono che le cose vengono fatte bene, si schierano e diventano parte attiva. È questa la protezione più forte, ed è quella che nasce spontaneamente».

Guidare un Comune con una storia complessa significa esporsi. C’è stato un momento in cui ha avuto paura di non farcela e cosa l’ha tenuta in piedi?
«Se avessi avuto paura, non mi sarei candidata. C’è stato però un momento in cui ho capito che ce l’avremmo fatta. Dopo gli atti intimidatori all’inizio del mandato, la mia comunità – giovani e meno giovani, associazioni e scuole – è scesa in piazza spontaneamente, non a difesa di una persona, ma della città e delle sue istituzioni. Erano stanchi di stagioni che avevano lasciato conseguenze pesanti e non volevano più guardare indietro. Chi delinque resta sempre una minoranza, ma se non trova spazio è costretto ad arretrare. È lì che ho capito che Siderno aveva voltato pagina».

Perché ha deciso di fare politica?
«All’indomani della laurea e dei primi passi come commercialista, ho avuto la fortuna di tornare nella mia terra, dopo gli studi a Roma. L’elezione in consiglio comunale, all’opposizione, mi ha mostrato quanto sia diverso parlare di politica dall’esterno e viverla dall’interno. Poi è arrivata l’esperienza intensa come assessore al bilancio e alle attività produttive della Regione Calabria: una stagione complessa, che mi ha rafforzato e fatto toccare con mano le sfide di un territorio splendido ma pieno di contraddizioni. Da lì è nata la scelta di dedicarmi a Siderno – che tanto mi aveva dato – al meglio delle mie possibilità».

Courtesy Mariateresa Fragomeni

Courtesy: Mariateresa Fragomeni

L’Italia ha eletto nel 2022 la sua prima Premier donna. Pensa che questo abbia cambiato la percezione del ruolo femminile in politica, soprattutto in territori dove la leadership è tradizionalmente maschile?
«Penso che oggi non faccia più notizia, fortunatamente, l’elezione di una donna a Presidente del Consiglio, a capo di una Regione o a sindaco. In democrazia non conta il genere di chi amministra, ma chi ottiene la fiducia degli elettori e propone un progetto credibile a chi deve scegliere a chi affidarsi. Tra l’altro, in Calabria abbiamo registrato molte prime volte».

Parliamone.
«Una delle prime donne sindaco d’Italia fu Rita Pisano, eletta a Pedace, in provincia di Cosenza, nel 1966, e confermata per quattro mandati. Fu perfino ritratta da Pablo Picasso, che celebrò il suo impegno politico. La sua esperienza è stata una luce guida per tutte noi, dimostrando già allora che le donne riescono a farsi valere, anche in tempi in cui farlo era tutt’altro che scontato. In questo senso, il discorso della premier donna è stato anticipato da anni. Rita Pisano era inoltre profondamente antifascista, un dettaglio che non passa inosservato».

Il Parlamento ha recentemente approvato, non senza alcune criticità, il reato di femminicidio. Cosa sta facendo davvero la politica nazionale per garantire alle donne pari opportunità, salario equo e previdenza dignitosa?
«Poco, purtroppo, nonostante diverse proposte sul tavolo. Anche sul reato di femminicidio restano punti critici: il recente emendamento all’articolo 609bis del Codice Penale complica l’accesso agli strumenti di protezione e denuncia per le vittime. Temi come pari opportunità, salario equo, previdenza e congedi parentali evidenziano quanto il divario tra centrodestra e centrosinistra rimanga netto, segno che non basta avere una Presidente del Consiglio donna se poi non si attuano politiche concrete a favore delle donne, conciliando lavoro e famiglia. Se a questo aggiungiamo l’ascesa di una destra vicina a modelli machisti e a una subcultura patriarcale, la situazione appare ancora più drammatica. Servono azioni reali, non simboli, per garantire pari opportunità, soprattutto al Sud».

Neologismi come sindaca possono davvero fare la differenza o sono soltanto simboli di una rivoluzione incompiuta?
«Io mi firmo sindaco. Non per mancanza di rispetto verso chi pensa che usare quel neologismo possa fare la differenza, ma perché non basta cambiare un pronome per favorire una reale crescita culturale. La vera differenza, secondo me, la fanno le azioni concrete. Un asilo nido comunale a portata di mano, per esempio, permette di lasciare il figlio a scuola senza interrompere la propria carriera. Creiamo condizioni che rendano possibile conciliare lavoro e famiglia, e la grammatica sarà poi ben lieta di seguirci».

Oggi molti ragazzi si fanno influenzare dai miti di cartapesta e dagli idoli bugiardi. Se un quindicenne guardasse la sua immagine nel calendario della DIA, o leggesse questa intervista, cosa vorrebbe che capisse del potere, delle istituzioni e della possibilità di restare o tornare al Sud?
«Mi piacerebbe che capisse, come diceva Lucio Dalla, che l’impresa eccezionale è essere normale. Non mi considero diversa da quel quindicenne solo perché amministro o compaio su un calendario. Sono una persona che sceglie ogni giorno di fare bene il proprio lavoro. Ai ragazzi dico che non sono soli: possono incidere davvero attraverso l’associazionismo, il volontariato, la partecipazione. E soprattutto, di non avere mai paura di dire ciò che pensano».

Se, invece, dovesse lasciare un messaggio a chi vuole cambiare davvero le cose, a Siderno o nel resto del Paese, quale sarebbe la parola che oggi sceglierebbe per descrivere il coraggio?
«Normalità, appunto, come senso del dovere. Da non confondere con routine, piattume o mediocrità. Se ognuno facesse bene la propria parte, giorno dopo giorno, restituiremmo a questa parola il suo significato più alto. Così non servono simboli, eroi o miti. Chi fa le leggi deve farle nell’interesse generale. Chi governa deve pensare al futuro del Paese. Chi lavora deve farlo con serietà. A ognuno il suo, fatto bene e senza secondi fini. Una rivoluzione? No. Basta la normalità».