(Mario Tozzi – lastampa.it) – Non riesco quasi più a tollerare chi si domanda: «Ma cosa è successo in Sicilia?». Come non digerisco più chi si interroga sulle alluvioni improvvise dell’Ofanto o del Bacchiglione, sulle tempeste di vento, sulle frane in penisola sorrentina, sulle mareggiate in Liguria o lungo il litorale laziale. Per non dire delle Marche, dell’Emilia Romagna, della Toscana, del Trentino Alto Adige. Come ci fossimo improvvisamente dimenticati che quasi tutti i comuni d’Italia hanno almeno un pezzo del loro territorio ricompreso in aree di rischio idrogeologico e che frane e alluvioni sono eventi in crescita come numero e, soprattutto, intensità negli ultimi decenni. Per fortuna riusciamo a contenere meglio il numero delle vittime, ma in quanto a comprensione dei fenomeni e interventi sulle cause facciamo ancora troppo poco.
Vincendo l’intolleranza provo a ricordare che le cause appartengono tre diverse dinamiche concorrenti. La prima è che il territorio italiano è fatto così: siamo su una penisola geologicamente giovane e attiva, in cui i rischi naturali sono semplicemente molto più alti che in altri contesti. All’interno dei continenti, per esempio, il rischio vulcanico non esiste e non si registrano terremoti, mentre le alluvioni riguardano soprattutto i grandi fiumi e le frane sono praticamente assenti. Mentre le nostre regioni, soprattutto quelle meridionali, sono fatte così: uno “sfasciume pendulo” a picco sul mare, come le immortalava Giustino Fortunato.
La seconda è che su un territorio del genere, invece di camminare come sulle uova, noi italiani abbiamo devastato i sistemi naturali che assicuravano comunque una certa protezione e abbiamo costruito come dannati: un popolo di muratori, in certe regioni (come la Campania), in maggioranza abusivi. Qui da noi vengono bruciati, costruiti e cementificati due metri quadrati di suolo al secondo (dati ISPRA, in Sicilia anche di più), una bulimia costruttiva e infrastrutturale spesso dannosa e inutile. In Italia il rischio idrogeologico lo abbiamo creato noi costruendo dove non si doveva e allargando i centri abitati su fiumi, torrenti e montagne come se non ci fosse un domani. Senza pianificazione, senza attenzione, senza cura e coltivando ignoranza e malafede: tutti colpevoli, cittadini e amministratori che hanno accontentato figli, nipoti e amici degli amici dando luogo al fenomeno straordinario del condono edilizio, termine intraducibile nella maggior parte delle lingue europee. Da noi il colpevole è il sindaco che abbatte, non quello che consente ciò che non si dovrebbe consentire.

Quando amministratori e cittadini avranno preso atto della situazione, forse si potrà sperare in azioni di adattamento sul territorio, fra cui l’allontanamento delle persone maggiormente a rischio diventa, ogni giorno che passa, azione non più procrastinabile, beninteso aiutandole con ogni mezzo possibile. Poi si dovrebbe finalmente capire che l’unica legge dello Stato che può avere un significato in questa direzione dovrebbe essere fatta di un solo articolo: «A fare data da oggi, in nessun luogo del Paese si potrà mettere in opera un solo mattone nuovo o un solo metro cubo di cemento», lasciando la sola ristrutturazione sostenibile del costruito esistente a fare da motore all’economia edile. A questo dovrebbe seguire un piano mirato, ma deciso di abbattimenti delle abitazioni abusive nelle aree di rischio, almeno a partire dalle seconde case. E l’assoluta impossibilità di concedere altri condoni edilizi mai più.
Cosa è accaduto in Sicilia? Quello che accade con regolarità impressionante nell’ultimo periodo in tutta Italia. E quello di cui sappiamo tutto, anche come fare perché non si ripeta.









