venerdì, Febbraio 27, 2026
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“Non si sa e non si deve sapere, ora è morto e questo deve bastare”

di Rocco Tripodi

NON SI SA E NON SI DEVE SAPERE, ORA È MORTO E QUESTO DEVE BASTARE

Così  cantava DARIO FO, negli anni ’70, quando i morti ammazzati erano lì e tanti, e non li si poteva nascondere; al contrario cosa e chi c’era dietro andava taciuto e coperto col segreto di stato. Oggi i morti, nella più cinica e totale indifferenza di tutti, vengono RACCOLTI a centinaia nelle nostre acque. Sono i corpi di uomini, donne e bambini che fuggono da una morte PREDESTINATA PER NASCITA, una morte che poi trovano in un mare un tempo aperto e senza confini ma oggi presidiato e respingente dalle motovedette armate  da altre civiltà PREDESTINATE AL SUPERFLUO, ALL’OPULENZA, E ALL’INGORDIGIA.

Imbarcati e mai approdati procurando enorme soddisfazione alla, DICIAMO, pallonara urlatrice de noantri, quando, grazie a questi numeri, annuncia trionfalisticamente che dall’inizio dell’anno gli sbarchi sono notevolmente diminuiti. Ma nella realtà li peschiamo galleggianti, stracciati, sbrindellati, parcellizzati, orrendamente pasteggiati e rigorosamente trapassati, in uno stato tale di indolente passività da non costituire pericolo per le donne, le madri, le cristiane e i loro amati familiari che in maniera accorta HANNO SCELTO di nascere più ricchi, più bianchi e meno sfigati, e crescere secondo i rigidi precetti dei catechisti cristiani della parrocchia della Garbatella. Molti di loro probabilmente li abbiamo “accolti” senza rendercene conto, mangiando il pesce pescato in quello stesso mare. Non se ne parla perché è disturbante per le coscienze fragili delle creature occidentali non ancora  definitivamente anestetizzate; e non se ne parla anche perché irritante per le probabili ripercussioni gastroesofagee su chi è affetto da incontenibile appetito iperfagico nella nostra grassa civiltà dell’opulenza. Pensate un po’… NON CI PIACCIONO VIVI, MA CE LI MANGIAMO MORTI.

A Vibo di solito non ci nascondono soltanto il movente e il mandante, ma anche i cadaveri che fortunatamente ancora non sono esseri umani, ma ugualmente ferocemente aggrediti ed abbattuti, sempre all’ammucciateja. Sono alberi colpevoli con la loro autorevole maestosità di far scomparire la piccolezza di coloro che ci amministrano, che vivono evidentemente la turgidità dei fusti come una sorta di invidia penica di richiamo freudiano.

L’ultimo segato è un pino in piazza Aldo Moro (Consorzio agrario) di cui nulla è stato detto. Uno degli ultimi 4 rimasti dopo l’abbattimento di ben altri 14, che campavano beati, sereni, accasati e ben voluti da tutti, a cui è  stata riservata uguale sorte. Questo ultimo taglio conferma quanto andiamo dicendo da tempo, e cioè che questi accanimenti banditeschi non riguardano la sicurezza dei cittadini, ma l’impegno assunto dall’Amministrazione a liberare gli spazi su cui edificare, procedendo con gli sbancamenti previsti in progetto già dalle prime ricognizioni. È diventata ormai una vera e propria  cesina. Non sanno più quale altra scusa inventarsi. Ne suggerisco io qualcuna. Dopo i due cicloni NILS e ULRIKE, per giustificare il prossimo taglio possono inventarsi il ciclone HAGGARBATHUNY. O che gli alberi erano stati occupati abusivamente da uccelli neri senza fissa dimora emigrati dall’Africa. Per gli ultimi cedri del Libano il pretesto può essere un motivo di sicurezza, perché c’è il rischio che possanoo essere invasi, richiamati dal nome Libano, da torme di profughi provenienti dalla vicina Palestina. Anche qui, in perfetta sintonia con la linea governativa bugie, nessuno dice, nessuno chiede, e pochi scrivono. Ma attenzione, come tutti sanno, le bugie hanno le gambe corte e il culo basso.

Poi ci sono gli aspiranti cadaveri o predestinati. E anche qui  niente risposte credibili da dare per cui i nostri interlocutori scelgono prudentemente il silenzio. Domenica 15, è stata ospitata sul giornale Iacchite’ una mia segnalazione con la quale intendevo allertare chi di competenza nel comune di Vibo e provincia, perché valutassero l’attendibilità di quelle che continuo a ritenere emergenze trascurate che richiedono invece a mio parere, interventi immediati. O quantomeno, se dopo i dovuti accertamenti tecnici, hanno già acquisito ragionevoli elementi di raggiunta normalità, non capisco perché non farci condividere la loro sicurezza, comunicarcelo e così rassicurare la popolazione. Una pericolosa trascuratezza non contempla opinioni. Anche dove rilievi e perizie siano stati scrupolosamente eseguiti, altrettanto scrupolosamente non ci si è attivati per mettere nel frattempo in sicurezza quelle situazioni che ad occhio nudo costituiscono un motivo di allarme per chi transiti nei pressi a piedi e in auto, o addirittura ne ha frequentazione.

Ribadisco: ritengo fortemente a rischio la tenuta del fabbricato completamente sderenato, mancante di copertura e di un’intera parete laterale, completamente disancorato e devastato dall’incuria e dal totale abbandono. Sporge su un marciapiedi e una strada centralissima, via del Gesù e molto attraversati, senza una qualunque segnaletica o un dissuasore che allertino parzialmente i passanti e i vicini. Analoga situazione di forte rischio per le persone io sono convinto che si presenti per l’edificio che ospita il Conservatorio musicale in fondo a via Dante nel curvone dell’Affaccio. Non mi dilungo, avendo già scritto più dettagliatamente, ma sono convinto che sia urgente un sopralluogo che vada ad accertare quella che a me appare dall’esterno una stabilità precaria del solo angolo visibile, che si mostra poggiare sul nulla. La zona è a forte rischio, trattandosi del costone dove sarebbe dovuta passare la tangenziale est mai ultimata per problemi di tenuta del terreno e su cui svetta pericolosamente incompiuto e abbandonato, ancora  un lungo muraglione in cemento armato immediatamente sotto l’edificio e minacciosamente sopra alcune situazioni abitative. Anche questa realtà è stata indagata? Se sì, perché non darne notizia?

Chiedevo anche che cosa intendessero fare per il Palazzo Romei, in via Cordopatri di proprietà della Provincia, in completo abbandono e condannato al degrado più mortificante ed imperdonabile visto il suo valore storico architettonico. Attualmente ha subito il crollo del muro di tenuta del giardino, invadendo parzialmente la strada, ma minaccia di estendersi a breve. Anche questa situazione ormai vecchia di qualche mese non richiama l’attenzione di chi dovrebbe avere la sensibilità oltre che il dovere di attivarsi. E ancora una volta si tace.

Solo oggi vengo informato di una sorta di un feroce assalto all’arma bianca e non solo, messo in atto verosimilmente giorno 5 di questo mese, contro le robuste coperture poste sugli scavi effettuati da P. Orsi in località Cofino. Non certo dai giornali e meno ancora da un qualunque funzionario preposto alla comunicazione della SABAP (Soprintendenza Archeologica Belle Arti e Paesaggio) che sovrintende a Vibo alla conservazione del bene preso di mira dall’atto criminale. Sì, perché di questo si tratta e non di semplice atto vandalico episodico o, come si potrebbe tentare di far credere, delle rovinose conseguenze della violenza devastante di un ciclone. No. Ci sono troppe evidenze che portano concordemente a configurare un attentato premeditato di natura mafiosa con l’obiettivo di danneggiare quel sito e null’altro.

Confortano questa ipotesi due episodi analoghi del passato sempre con lo stesso obiettivo e analoghe modalità. Il primo nel gennaio 2018, quando, troppo frettolosamente, fu attribuito ai soliti ragazzotti esaltati da abuso di alcol e di sostanze stupefacenti. Il secondo nel dicembre del 2019, quando qualche dubbio incominciò a farsi strada, anche perché poco tempo prima del precedente attentato, fu dato fuoco nei pressi del cantiere  ad un escavatore della ditta che aveva appaltato i lavori. Finché poi non iniziarono a parlare i collaboratori di giustizia, a seguito dell’indagine Rinascita Scott, i quali dettagliatamente ripercorsero, facendo anche i nomi dei responsabili, gli avvenimenti, inquadrandoli in episodi di ritorsione nei confronti dell’impresa appunto, che aveva in appalto i lavori di scavo. Della recente vigliaccata, invece, nulla di ufficiale è trapelato in questi quindici giorni.

Quello che di certo si sa è che l’episodio ormai è conosciuto per come arriva attraverso il passaparola, ma non c’è traccia di un qualunque organo istituzionale che riporti almeno la cruda notizia di cronaca, magari spacciandola come resoconto dei danni causati dal maltempo. Ne’ se il SABAP sia a conoscenza dell’episodio; e, se sì, se abbia fatto regolare denuncia; e, se sì, se ne sia stata informata l’Amministrazione comunale; e, se sì, se la abbiano trasmessa agli organi di stampa, e ne dubito, perché a noi cittadini nulla è  pervenuto. A vedere lo stato in cui è ridotta la struttura, gli strumenti verosimilmente utilizzati compatibili con la portata dei danni, la violenza resasi necessaria per tanta devastazione, l’aggressione rabbiosa a robuste piastre, bulloni, tondini, cavi d’acciaio, il danneggiamento della pesante impalcatura realizzata con robuste travi di legno ancorate saldamente attraverso raccordi d’acciaio, gli squarci dei teloni robustissimi inflitti con forza e con metodo, ebbene  tutto questo fa pensare ad un piano studiato a tavolino da menti criminali.

Di fronte a questo quadro non si capisce perché i custodi di questo patrimonio, sicuramente i primi a venire a conoscenza dell’episodio, non abbiano ritenuto di  coinvolgere la cittadinanza. E credo che a livello cittadino ma anche regionale ci siano dei responsabili incaricati dalla SABAP di sovrintendere non solo sugli eventi culturali o museali, ma anche sulla tutela e conservazione del patrimonio archeologico che ci appartiene e sulla comunicazione. Per cui non si comprende tanta riservatezza e scollamento con la cittadinanza che di questo stesso patrimonio vuole sentirsi egualmente custode. E qui torniamo al punto: anche qui si tace. Tutto questo è molto strano, e contraddittorio se pensiamo che a seguito dei recenti fatti criminosi di medesima natura, si sono recentemente promosse, a Vibo, vere e proprie campagne che incoraggino privati cittadini, vittime di rappresaglie mafiose a non tacere. Molto strano perché quando, come in questo caso, l’obiettivo preso di mira è sotto la tutela dello Stato, viene invece  tenuta nascosta la notizia, anzi sembrerebbe se ne imponga il silenzio. E anche qui nessuno ne parla e nessuno ne scrive. Che dire? Si ripropone la vecchia figura del galantuomo di altri tempi: GALANTOMU CHI VOLI A PACI, FUTTI E TACI