di Giuliano Santoro
Di fronte al disastro sulle coste siciliane e calabresi, e all’alternativa tra i miliardi per il Ponte sullo Stretto e quelli per le riparazioni e la messa in sicurezza del territorio, il governo ha titubato. Poi si è tornati al business as usual: sulla grande opera Giorgia Meloni abbozza di fronte alle insistenze di Matteo Salvini. In ballo, questa volta, c’è il decreto infrastrutture, che in un alcuni dei suoi commi dovrebbe servire ad aggirare la bocciatura della Corte dei conti. Il vicepremier leghista assicura che sul tavolo del consiglio dei ministri di oggi ci saranno «i passaggi necessari per avviare i lavori del Ponte», ma nega (smentendo una bozza che è circolata a più riprese nei giorni scorsi) che punti a limitare le prerogative della magistratura contabile. In che modo?
Per capirlo bisogna ricostruire il cammino che ci ha condotto fino a questo punto. Salvini aveva assicurato che i cantieri sarebbero partiti entro il 2025. Non è avvenuto, anche perché a leggere le carte e tirare qualche filo dalla complessa matassa burocratica del Ponte viene il sospetto che l’obiettivo minimo non sia quello di piazzare le gru tra Scilla e Cariddi. Tutte le energie sono concentrate nel forzare la mano fino alla pubblicazione della delibera Cipess in Gazzetta ufficiale, per rendere operativo il contratto con la società Stretto di Messina, concessionaria dell’opera che ha affidato i lavori al consorzio Eurolink guidato dalla ex Impregilo Webuild. A quel punto si entrerebbe nel pantano: in caso di mancato avvio dei lavori scatterebbero le penali.
Al momento, questa palude è stata scongiurata dalla magistratura contabile. Il ministro delle infrastrutture l’ha presa male. Ciò che risalta è che anche la presidente del consiglio appare decisa a portare avanti il dossier suicida del Ponte. Perché se la delibera dovesse superare, a forza di cavilli e colpi di mano, la strettoia della Corte dei conti e arrivare alla pubblicazione, difficilmente sarebbe operativa. Ci sono tutti gli elementi per prevederlo. Ce li ha sotto gli occhi Salvini, da mesi. Dovrebbe esserne a conoscenza anche Meloni, da tempo.
I NUMERI PARLANO chiaro. Mostrano il vero affare dietro l’attivismo di Salvini (con il silente fiancheggiamento di Meloni). Nelle stime più generose, se il Ponte dovesse essere costruito Webuild guadagnerebbe 2,5 miliardi di euro sugli oltre 14 di investimento pubblico. Ma se, una volta pubblicata la delibera, i lavori dovessero essere bloccati le imprese partirebbero coi contenziosi e senza alzare una cazzuola il consorzio di imprenditori del nord Italia incasserebbe, come prevede il codice degli appalti, un decimo del costo dell’opera: fino a 1,5 miliardi di euro.
SI SPIEGHEREBBE così la testardaggine di Salvini, che oltre ogni evidenza punta a far passare la delibera. Quello che non si spiega, però, è la tenacia con la quale Meloni continua a reggere la posizione del ministro delle infrastrutture. Ecco perché questa vicenda appare emblematica della poca capacità della premier di tenere uno sguardo d’insieme soprattutto sulle politiche pubbliche, vero buco del suo esecutivo. La prima anomalia, da questo punto di vista, sta proprio nella struttura burocratica e politica, nella filiera decisionale. Come hanno notato da subito gli osservatori più esperti, non è affatto consueto che il sottosegretario con delega al Cipess, l’organo che approva gli investimenti pubblici e regola la destinazione dei fondi statali, non sia emanazione della premier, il che di solito costituisce un filtro di Palazzo Chigi alle misure più importanti di politica pubblica. Al contrario, risponde al nome di Alessandro Morelli, viene cioè dal partito di cui è leader il ministro delle infrastrutture tanto affezionato alla delibera a orologeria, destinata a implodere alla prima curva dei controlli di fattibilità.
SCENDENDO A VALLE della procedura, altre cose non tornano. Come è noto, la Corte dei conti a ottobre ha bloccato la delibera nei suoi tre aspetti fondamentali: quello della sostenibilità ambientale, quello delle previsioni contabili (salta agli occhi che a differenza di come si prevedeva in passato il Ponte non si farà con il project financing ma interamente con capitali pubblici, ergo: i privati ci credono poco), e quello legato alle direttive Ue sulla concorrenza, che prevedono che debba essere bandita una gara d’appalto nuova se i costi crescono di oltre il 50% rispetto alla precedente. Al manifesto risulta che questi gravi difetti erano stati anticipati dalla commissione Ue. Almeno due lettere lo dimostrano. Risalgono all’estate dello scorso anno. La prima porta la firma di Eric Mamer, direttore generale presso la direzione generale ambiente.
La seconda quella di Hubert Gambs, omologo di Mamer nel settore concorrenza: con tanto di tabelle vi si chiedeva se non sarebbe stata necessaria un’altra gara invece di resuscitare quella del 2005. Viene allora da chiedersi se questi documenti si trovano nel plico che ha accompagnato la delibera. La presidente del consiglio, che ha controfirmato il dossier, non se ne è accorta, e allora pecca di negligenza, o ha fatto finta di nulla, e allora è complice del ministro nel tentare la forzatura con la magistratura contabile, con il rischio di arrivare non all’apertura dei cantieri ma al pagamento delle penali?
QUESTO SCENARIO è confermato dagli eventi di questi ultimi giorni. C’è una mossa che viene direttamente dall’esecutivo che contiene altri due indizi. Si tratta della bozza del decreto che doveva servire ad aggirare la bocciatura della Corte dei conti, la stessa che ha circolato per giorni e che oggi Salvini giura non sia mai esistita. In questo documento c’erano almeno due passaggi rilevatori del contesto, del clima e delle mire di Salvini e della compiacente Meloni. Il primo comma dell’articolo 1 celava quella che potrebbe essere come una rivelazione inconscia. La nomina del commissario Pietro Ciucci con la quale si azzerava la struttura del ministero e si accentravano i poteri sull’ad della società Stretto di Messina non era previsto durasse fino all’avvio dei lavori, bensì solo per il lasso tempo che avrebbe condotto alla agognata pubblicazione della delibera: «L’incarico è conferito dalla data di entrata in vigore della presente disposizione fino alla data di acquisto di efficacia della delibera».
C’ERA, NEL DECRETO fantasma, anche il codicillo, singolare, che vincolava il decisivo giudizio della Corte dei conti alla sola delibera, escludendo i documenti allegati: «Costituisce oggetto esclusivo del controllo preventivo della Corte dei conti la delibera adottata dal Cipess – recitava il comma 5 – Restano esclusi dal controllo di legittimità della Corte gli atti e i documenti». Insomma, i giudici contabili avrebbero avuto le mani legate, non potevano esprimersi sul corposo faldone che costituisce il progetto per limitarsi al testo dell’atto governativo. L’intervento del Colle ha bloccato tutto. Adesso Salvini giura che quell’articolo del decreto infrastrutture non è mai esistito: «Ci facciamo carico noi al ministero di tutti i procedimenti per ottemperare alle richieste della Corte dei conti, per andare a Bruxelles a parlare con la commissione e per avviare finalmente i cantieri», assicura. «La verità è che il ministro ha provato a far passare una norma-golpe ed è stato fermato», incalza Angelo Bonelli di Avs.
Come farà, il leghista, a sanare una situazione che appare quantomeno complessa, non è dato sapere. Ma ci sono motivi in più per porsi la domanda: perché assecondarlo fino a questo punto? Dovrebbe spiegarlo Meloni, che finora parla poco del Ponte, tratta la faccenda come se fosse una questione privata dell’alleato leghista. Tuttavia, l’opera più importante della storia della Repubblica, che rischia di esistere solo sulla carta e nei buchi di bilancio, prevede che lei ci metta la faccia. Oltre che, come ha fatto finora senza battere ciglio, le firme necessarie.









