“La modifica costituzionale crea le premesse per una maggiore influenza della politica sulla giustizia … estromette il pubblico ministero dall’unitarietà della magistratura e quindi lo espone al potere politico. La nuova disciplina indebolirà l’autonomia e l’indipendenza dei PM e li renderà più esposti alle pretese di punizione del ministro”. (Giuseppe Santalucia — Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM).
Ormai è chiaro: le ragioni del No al referendum sulla giustizia, sostenuto dalla quasi totalità della magistratura, ruotano attorno a un’unica accusa rivolta alla politica che lo ha promosso: la volontà di assoggettare il Pubblico Ministero al potere politico. Un’accusa che trova una sintesi efficace nelle parole di Nicola Gratteri: «In Italia il potere non vuole farsi controllare». Secondo l’ANM e le altre correnti della magistratura, infatti, i politici vogliono la separazione delle carriere per imbrigliare i pm, che in Italia sono troppo liberi e autonomi e applicano, con coscienza, onore e disciplina, il principio fondante della giustizia — “la legge è uguale per tutti” —; e in una situazione di così alto senso del dovere e di incorruttibilità il rischio di finire indagati sarebbe sempre dietro l’angolo. È la troppa onestà dei magistrati che questo governo non tollera, perché i politici — che, per loro natura, sono dediti e propensi agli intrallazzi — vogliono trafficare in tranquillità e portare a termine i loro intrallazzi in santa pace. E con tutta questa onestà che circola nei tribunali e nelle procure, la santa pace è messa a rischio.
Questo è il senso del sottinteso della narrazione del fronte del No: i politici sono tutti intrallazzoni che si fanno le leggi per garantirsi l’impunità (il che è vero), mentre i magistrati sono tutti personcine serie e oneste, che lavorano alacremente per impedirlo, senza risparmiarsi e, a volte, anche rimettendoci di tasca propria. Il tutto solo ed esclusivamente in nome e per conto del popolo italiano. La loro non è una battaglia per difendere una rendita di posizione, come sostengono i maligni, ma una lotta affinché la Giustizia — quella vera, con la G maiuscola — trionfi sempre, senza mai guardare in faccia a nessuno. Insomma: i politici sono i cattivi e i magistrati i buoni. ‘Mmucca liù, si dice a Cosenza.
Che le cose non stiano così, e che si tratti invece di una faida tra le due caste più potenti d’Italia che lottano per la supremazia, nella quale la giustizia, quella vera, non c’entra niente, è presto detto. L’unica indipendenza che interessa tutelare a questa magistratura è quella di decidere, in base ai propri interessi di casta, quale politico indagare e quale no. E mai per ragioni sincere di giustizia, ma sempre per interessi economici e di carriera. I magistrati rivendicano l’autonomia dalla politica non perché lo imponga la Costituzione, ma per mantenere saldo il loro potere contrattuale — leggi: ricattatorio — nei confronti della stessa, oggi decisa a spostare equilibri di potere troppo a lungo sbilanciati, per la politica intrallazzona che lotta per il primato di casta più potente, dalla parte della magistratura.
La prova di tutto questo è sotto gli occhi di tutti, ma, come sempre accade quando si tratta di caste potenti, nessuno osa dire niente. Ai politici si può imputare tutto (e nel 90% dei casi ci si azzecca); ai magistrati, che dispongono della nostra libertà a piacere, è meglio fare sempre le lodi. Sia ben chiaro: la nostra non è una difesa della casta politica, alla quale — come i nostri lettori sanno — non risparmiamo nulla, ma il bisogno di rompere quella falsa, ipocrita, squallida, vomitevole retorica secondo cui, per il solo fatto di essere magistrato, si sarebbe, per chissà quale diritto divino, una persona onesta.
La realtà dice altro, e facciamo esempi concreti su quanto la magistratura sia realmente dedita alla lotta senza quartiere alla corruzione politica, che questa riforma metterebbe a rischio. E lo facciamo utilizzando proprio le parole di Gratteri, leader del fronte del No, che sostiene che il potere non vuole farsi controllare e, per questo, ricatta e vuole imbrigliare i magistrati. Bene. Vediamo allora quanto Gratteri, durante il suo mandato presso la Dda di Catanzaro, abbia “controllato” il potere, in una regione dove la corruzione regna sovrana. Un dato su cui concordiamo tutti, e soprattutto Gratteri, che ha sempre definito di serie A la massomafia — sistema di potere in cui politica, istituzioni, imprenditoria deviata e criminalità organizzata operano in stretta complicità — che agisce in Calabria. Aggiungendo: «La pubblica amministrazione calabrese è asservita alla ’ndrangheta».
Quindi i corrotti in Calabria non mancano; anzi, sono talmente tanti da rendere impossibile quantificarli. Ebbene, nonostante questo, non ci sembra che la procura di Catanzaro — che agisce anche su Cosenza, Vibo, Crotone e Lamezia — abbia prodotto grandi inchieste, con relativi arresti, di politici collusi e corrotti. Così come non ci sono stati arresti o provvedimenti disciplinari, nonostante le informative dettagliate giunte alla procura di Salerno su ben quindici magistrati operanti tra Cosenza, Crotone, Catanzaro e Vibo, con l’accusa di corruzione giudiziaria con finalità mafiose. A noi sembra che tutta questa voglia di indagare sugli intrallazzi dei politici e sulla corruzione, che i magistrati vanno dicendo di avere — e che con la vittoria del Sì dovrebbero mettere da parte — non ci sia mai stata. Ne parlano nei talk, nei dibattiti, in tv, ma poi, quando devono agire, tutta la loro determinazione si dissolve come polvere al vento.
Gratteri, nel suo mandato a Catanzaro, si è limitato a riprendere inchieste dei tempi di Cordova e De Magistris, per incastrare una testa caduta da tempo, come quella di Pittelli. Fine della lotta al potere. Le altre operazioni che ha promosso sono state un disastro completo: Gianluca Callipo, ex sindaco di Pizzo, innocente; Mario Oliverio, ex presidente della Regione Calabria, innocente; Domenico Tallini, assolto da ogni accusa; Sandro Principe, assolto; Nicola Adamo, assolto; Enzo Sculco e la figlia, in attesa di giudizio; Marcello Manna, arresto inevitabile, visto che si è fatto beccare mentre porgeva una bustarella al giudice Petrini, ma con buone possibilità di farla franca.
Ecco, nella regione dove Gratteri sostiene che la corruzione abbia raggiunto ogni angolo del pubblico e del privato, questa è stata la sua attività. La massomafia calabrese si riduce, nei fatti, al povero disgraziato di Giancarlo Pittelli, che in galera ci doveva andare già trent’anni fa. Si lamentano che, se dovesse passare il Sì, non potranno più perseguire il potere marcio e corrotto. Ma cosa gli ha impedito di farlo fino a oggi, con la riforma ancora ferma, dovrebbero spiegarlo, a partire da Gratteri. Come tuti possono capire non è la sottomissione dei pm al potere politico il vero problema, perché nei fatti questo problema non esiste. In Calabria, come nel resto d’Italia, magistratura e politica convivono da anni dentro un sistema di reciproca convenienza, fatto di equilibri, silenzi, selezioni mirate e colpi dati solo quando servono. La separazione delle carriere non mette a rischio la giustizia: mette a rischio un assetto di potere. Ed è per questo, e solo per questo, che politici e magistrati, oggi si fanno la guerra. Alla fine, votare Sì o No non serve a riformare la giustizia, ma solo a legittimare un potere contro un altro: un esercizio retorico utile alle caste, non ai cittadini.









