Di Gratteri abbiamo sempre sostenuto tre cose: che è una persona onesta; che le sue velleità politiche, sopite e represse, spesso lo hanno indotto – diciamola così – a sottovalutare l’azione predatoria di taluni e a sopravvalutare quella di pochi altri; e che prima o poi sarebbe rimasto vittima del suo smisurato e incommensurato ego.
Ed è proprio quest’ultima caratteristica che qualcuno ha pensato bene di sfruttare per organizzargli il trappolone nel quale, sospinto dall’irrefrenabile voglia di mostrare al mondo i suoi superpoteri, è caduto come un principiante. Non solo per il suo solito eccesso di sicurezza, ma anche per una certa ingenuità, giustificata dal fatto di sentirsi a casa propria: non poteva certo immaginare che quell’intervista, fatta da amici, sarebbe stata usata contro di lui.
Gratteri, pur non avendo alcun bisogno di esporre le sue ragioni del No in una tv “locale” – essendo presenza fissa in televisione e sui giornali nazionali – accetta l’invito per l’ennesima intervista, più per ricambiare le tante “cortesie giornalistiche” ricevute dall’emittente che per reale necessità comunicativa. E lo fa, come si vede nell’intervista, con un approccio “spensierato”, diverso da quello che di solito sfodera quando l’interlocutore è ostile alle sue tesi. Gratteri sa bene chi sono i giornalisti amici e chi quelli ostili: da quell’intervista non aveva nulla da temere.
L’intervista procede infatti sorniona, con Gratteri che espone la solita litania sul perché il No sarebbe meglio del Sì. Fino al minuto 16, quando nel discorso entra la Calabria, usata come spunto – visto che in Calabria l’idea di “sabotare tutto ciò che riguarda l’amministrazione dello Stato” ha radici storiche, ancor più se a promuoverla è chi, come Gratteri, fa della legalità una bandiera – per sollecitare una distinzione netta tra chi vota Sì e chi vota No. Perché la Calabria venga assunta come parametro quasi scientifico per stabilire le qualità etiche e morali dell’elettore, in un’intervista sulle ragioni del No, francamente non lo abbiamo capito.
Ed è sulla scia di questa sollecitazione che Gratteri, a cui piace marcare le differenze etiche e morali tra sé e chi oggi lo attacca, si lancia nella frase che è diventata la migliore arma che il fronte del Sì potesse sperare di avere contro di lui: “Voteranno per il Sì, ovviamente, gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”.
Una frase pronunciata in modo indotto: lo dimostra il balbettio che la precede, segno evidente che stava cercando la forma appropriata per esprimere un concetto delicato. Ma la sollecitazione – “quelli che hanno avuto guai con la giustizia” – arrivata al momento giusto e capace di toccare le corde più profonde del suo ego, accende la sua consueta altezzosità etica e morale, e la frase gli esce spontanea. Non tiene conto della grammatica, preso com’era dalla necessità impellente di marcare le differenze tra sé e i politici che oggi lo attaccano. Sarebbe bastato usare l’avverbio aggiuntivo “anche” al posto dell’avverbio modale “ovviamente” e oggi nessuno avrebbe potuto gridare allo scandalo, sostenendo che Gratteri abbia offeso indistintamente tutti coloro che votano per il Sì: “Voteranno per il Sì, anche (al posto di ovviamente), gli indagati, gli imputati, la massoneria deviata e tutti i centri di potere che non avrebbero vita facile con una giustizia efficiente”. Ma non ci ha pensato. L’ha buttata lì così come gli è venuta, senza volontà di generalizzare, convinto di riferirsi soltanto ai marpioni che hanno pensato questa riforma per poter intrallazzare in santa pace senza avere un pm tra i piedi. E non certo a tutti i cittadini onesti che legittimamente votano Sì. Era compito di chi l’ha intervistato verificare il contenuto dell’intervista e sottoporre eventuali dubbi all’intervistato prima di mandarla in onda.
E invece, nonostante l’intervista fosse registrata e quindi rivedibile, hanno deciso di trasmetterla così com’era. Non prima, però, di averla vista e rivista, dunque pienamente consapevoli della portata dell’espressione usata da Gratteri. Tant’è che il lancio dell’intervista, dalla mattina, è stato: “Gratteri alza l’asticella del conflitto”. Segno evidente della consapevolezza della gravità dell’affermazione. Sarebbe stata opportuna quantomeno una telefonata preventiva: chiedere all’amico Gratteri se davvero intendesse dire proprio quello, o se si trattasse di un’espressione di pancia da riformulare per evitare fraintendimenti. Se questa telefonata ci sia stata o meno può dirlo solo Gratteri. Da quella risposta, se mai arriverà, si potrà capire, oltre ogni ragionevole dubbio, se quell’intervista sia stata un trappolone organizzato oppure se Gratteri pensi davvero — nonostante la successiva smentita — che tutti coloro che votano Sì, popolo compreso, siano delinquenti desiderosi di una riforma della giustizia pensata per continuare a sguazzare nell’illegalità. Vedremo se Gratteri chiarirà o meno.









