venerdì, Febbraio 27, 2026
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Reggio. Otto anni dopo, il peso del silenzio sull’innocenza: la testimonianza di Angela Tibullo

La criminologa Angela Tibullo è stata assolta dall’accusa di concorso esterno con la ‘ndrangheta perché “il fatto non sussiste”. Lo ha deciso la Corte d’Appello di Reggio Calabria che l’ha condannata, invece, a un anno e 8 mesi di reclusione, con pena sospesa, per intralcio alla giustizia e falsità ideologica. Per entrambi i reati, i magistrati di secondo grado hanno escluso l’aggravante del favoreggiamento alle cosche della Piana di Gioia Tauro. Per tutti i reati, in primo grado Tibullo era stata condannata a 12 anni e mezzo di carcere. È stata, quindi, ribaltata la sentenza del processo “Ares” nato da un’inchiesta in cui, secondo la Dda di Reggio Calabria, era emerso che la criminologa sarebbe stata al servizio del clan Cacciola e Grasso di Rosarno.

LA TESTIMONIANZA DI ANGELA TIBULLO
“Otto anni dopo, il silenzio sull’innocenza pesa più del rumore dell’arresto. Questa non è un’offesa. Non è un attacco alla stampa.  È la voce di una donna. Di una madre. Di una professionista che chiede solo un diritto: quello di essere raccontata fino alla fine. Per otto anni ho scelto il silenzio. Oggi scrivo perché è arrivato il momento. Ho atteso otto lunghi anni per sentire pronunciare una frase che restituisce dignità: “Assolta perché il fatto non sussiste”. Così scrive Angela Tibullo che aggiunge: “Un’accusa pesante come un macigno “concorso esterno in associazione mafiosa”. Un’accusa che distrugge, che marchia, che resta addosso come un’ombra. Il 2 agosto 2018 il mio nome era ovunque. Il mio volto era ovunque. Titoli forti, parole definitive, giudizi anticipati. Gli articoli riportavano accuse, dettagli investigativi, dichiarazioni dell’accusa. Il mio volto accompagnava ogni titolo. Poi è arrivata la sentenza della Corte d’Appello: assolta perché il fatto non sussiste. E qui nasce la mia domanda.  Dove sono gli stessi titoli oggi? Dove lo stesso spazio? Dove la stessa evidenza? Non tutte le testate hanno ritenuto di pubblicare o aggiornare con pari risalto l’esito definitivo del processo. Alcune hanno dato spazio alla notizia dell’assoluzione. Ma molte altre non hanno ritenuto di farlo. La cronaca, per essere completa, deve raccontare l’inizio, lo sviluppo e la fine. Altrimenti resta una storia sospesa, e una persona resta condannata nell’opinione pubblica anche quando un tribunale l’ha dichiarata innocente. Io i primi 70 giorni li ho trascorsi in carcere. Lontana da mia figlia di quattro anni.

Settanta giorni che nessuno potrà restituirmi. Poi tre anni agli arresti domiciliari. Tre anni di sguardi, sospetti, umiliazioni. Tre anni vissuti come “quella che aiutava i mafiosi”. Ma io ero – e sono – una madre. Una moglie. Una figlia. Una professionista. Dietro ogni titolo c’era una bambina che non vedeva la madre. C’era una famiglia che soffriva. C’era una donna che attendeva un processo per potersi difendere. Oggi la giustizia ha parlato. In modo chiaro. E allora chiedo: è giusto che l’arresto abbia avuto un’eco nazionale e l’assoluzione quasi nessuna? È giusto che nella memoria collettiva resti l’accusa e non la sentenza? Il diritto all’informazione è un pilastro della democrazia. Ma lo è anche il diritto a un’informazione completa e corretta.

La legge riconosce la possibilità di chiedere l’aggiornamento degli articoli e, nei casi previsti, la tutela della propria reputazione attraverso gli strumenti previsti dall’ordinamento. Non cerco vendette. Non cerco polemiche. Chiedo equilibrio. Perché ciò che è accaduto a me può accadere a chiunque. In un attimo ti ritrovi privata della libertà, della dignità, della serenità. Strappata a tua figlia. Non pensiamo mai: “Non succederà a me.” Può succedere. Oggi chiedo che la mia storia venga conosciuta per intero. Non solo per l’accusa, ma per l’assoluzione. Non solo per l’arresto, ma per la verità giudiziaria. Lo devo a me stessa. Lo devo a mia figlia Ginevra. Ringrazio la mia meravigliosa famiglia per avermi sostenuta ogni giorno, senza mai dubitare di me. Siamo rimasti uniti nella tempesta, perché uno per tutti e tutti per uno Ringrazio i miei avvocati – Salvatore Staiano, Guido Contestabile, Federica Bellamena e Francesco Giovinazzo, che con grande professionalità hanno creduto fin dal primo momento nella mia innocenza. Hanno lavorato con impegno, determinazione e senso di responsabilità per far emergere la verità. Grazie alla loro competenza, alla dedizione costante e alla forza della loro sinergia è stato possibile raggiungere questo importante risultato Ringrazio tutte le persone che mi sono state accanto in questi anni difficili. Oggi non parlo con rabbia. Parlo con dolore. Ma anche con fermezza. Perché sono stata assolta. Perché il fatto non sussiste. E perché nessuna innocenza dovrebbe restare in silenzio”. Fonte: ReggioTV